Dona a noi la pace – Martedì della V settimana di Pasqua

Dona a noi la pace – Martedì della V settimana di Pasqua

4 Maggio 2026 0 Di Pasquale Giordano

Martedì della V settimana di Pasqua
At 14,19-28 Sal 144

O Padre, che nella risurrezione di Cristo tuo Figlio
ci rendi creature nuove per la vita eterna,
dona a noi, tuo popolo, di perseverare nella fede e nella speranza,
perché non dubitiamo che si compiano le tue promesse.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Dagli Atti degli Apostoli (14, 19-28)
Riferirono alla Chiesa quello che Dio aveva fatto per mezzo loro
.

Giunsero (a Listra) da Antiòchia e da Icònio alcuni Giudei, i quali persuasero la folla. Essi lapidarono Paolo e lo trascinarono fuori della città, credendolo morto. Allora gli si fecero attorno i discepoli ed egli si alzò ed entrò in città. Il giorno dopo partì con Bàrnaba alla volta di Derbe.
Dopo aver annunciato il Vangelo a quella città e aver fatto un numero considerevole di discepoli, ritornarono a Listra, Icònio e Antiòchia, confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni». Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto. Attraversata poi la Pisìdia, raggiunsero la Panfìlia e, dopo avere proclamato la Parola a Perge, scesero ad Attàlia; di qui fecero vela per Antiòchia, là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per l’opera che avevano compiuto.
Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede. E si fermarono per non poco tempo insieme ai discepoli.

Il Presbitero nella Chiesa punto di comunione con Cristo e d’incontro tra i credenti
La missione a Listra si conclude con un attentato alla vita di Paolo che fingendosi morto, dopo la lapidazione e aiutato dai fratelli, fugge dalla città verso Derbe per annunciare anche lì il vangelo suscitando la fede di molte persone. Nel viaggio del ritorno verso Antiochia di Pisìdia, da cui erano partiti, gli apostoli visitano le piccole comunità cristiane che si erano formate nelle varie città toccate precedentemente. Il fine della seconda visita è quello di confermare nella fede i discepoli esortandoli a non temere le tribolazioni e le prove della vita ma a viverle con fiducia nell’aiuto del Signore. Come Gesù spiega ai discepoli di Emmaus che la sofferenza del Servo di Dio è necessaria per entrare nella gloria e inaugurare il suo regno di amore e di pace per tutti, così Paolo rivela il senso educativo del dolore vissuto con fede e per amore rimanendo uniti a Gesù. I discepoli, ad immagine di Cristo e dell’apostolo, sono chiamati a vivere le prove della vita in maniera cristiana, cioè senza abbattersi o mettere in dubbio la propria scelta di fede, ma affidando a Dio ogni rabbia, paura o tristezza per continuare ad amare anche i fratelli che attaccano, uccidono, mortificano e umiliano, per essere per loro testimoni con la gioia della risurrezione di Cristo che vince ogni morte. La funzione dei “presbiteri” che vengono costituiti in ogni Chiesa locale è quella di radicare in Cristo, crocifisso e risorto, la fede di ogni credente soprattutto quando essa è insidiata dalle difficoltà e dalle persecuzioni. Essi sono consacrati per la missione di rimanere nelle loro comunità come punto di congiunzione con il Cristo vivente e presente nella Chiesa e perché, attraverso la preghiera comune e la comunione fraterna, i cristiani possano essere nel contesto sociale in cui vivono fermento di carità, lievito di fraternità, costruttori di pace.

Salmo responsoriale Sal 144
I tuoi amici, Signore, proclamino la gloria del tuo regno
.

Ti lodino, Signore, tutte le tue opere
e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno
e parlino della tua potenza.

Per far conoscere agli uomini le tue imprese
e la splendida gloria del tuo regno.
Il tuo regno è un regno eterno,
il tuo dominio si estende per tutte le generazioni.

Canti la mia bocca la lode del Signore
e benedica ogni vivente il suo santo nome,
in eterno e per sempre.

Annunciare la gloria del Regno
Il Salmo 144 (145) si colloca nel genere degli inni di lode regale, nei quali Dio è celebrato come re universale, il cui dominio è eterno e benefico. Inserito nella sezione finale del Salterio (Sal 146–150 costituiscono la dossologia conclusiva), questo salmo funge da grande proclamazione della signoria di Dio sulla storia, riconosciuta e annunciata dalla comunità dei fedeli. La sua struttura acrostica e la sua tonalità corale indicano una lode che coinvolge tutto il popolo e, idealmente, ogni creatura. Il Regno di Dio non è una realtà nascosta o privata, ma una verità da proclamare. I “fedeli” diventano “amici” di Dio proprio perché partecipano alla sua opera, raccontando le sue imprese e rendendo visibile la sua gloria nel mondo. La lode, dunque, non è solo preghiera, ma anche missione, perché è testimonianza pubblica della potenza salvifica di Dio che agisce nella storia. Paolo e Barnaba, dopo aver attraversato persecuzioni e tribolazioni, ritornano alla comunità e “riferiscono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro”. Essi incarnano perfettamente i “fedeli” di cui parla il salmo, che proclamano la gloria del Regno e narrano le opere di Dio tra gli uomini. La missione apostolica diventa così estensione concreta della lode salmica; ciò che il salmo canta, gli apostoli lo vivono e lo annunciano. Essere Chiesa significa diventare voce della gloria di Dio nella storia, anche attraverso le prove. La lode che sgorga dalla bocca e dal cuore si trasforma in racconto, testimonianza e missione, perché il Regno di Dio sia conosciuto e accolto “per tutte le generazioni”.

Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 14,27-31
Vi do la mia pace.

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi.
Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate.
Non parlerò più a lungo con voi, perché viene il prìncipe del mondo; contro di me non può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come il Padre mi ha comandato, così io agisco».

Dona a noi la pace
La sera di Pasqua Gesù, apparendo agli apostoli chiusi nel cenacolo stretti nella morsa della paura, augura la pace e alita su di loro donando lo Spirito Santo. Il lascito di Gesù è la sua pace, ovvero lo Spirito di cui è ripieno. La pace donata da Gesù differisce da quella del mondo. La pace imposta dai governanti costa il sangue di coloro che devono subire prevaricazioni e ingiustizie. Il mondo «lascia in pace» chi lo asseconda, chi obbedisce in maniera rassegnata alla logica del più forte, ma non può garantire la pace vera. La pace di Dio non viene da una minaccia, ma da una promessa, quella di condividere con Gesù la gioia dell’amore. La pace di Gesù è la riconciliazione. In quest’ottica essa diventa l’unico motivo valido per rimanere fedeli a Dio e ai fratelli. Gesù ne è un esempio. Pur sottoposto alla prova dal principe del mondo, non si è lasciato travolgere dalla paura che è l’unica arma che il demonio ha per sottometterci. La pace nasce dal servizio, ovvero dall’obbedienza alla parola del Padre. Se si obbedisce alla paura s’innescano conflitti, al contrario, se si accoglie il dono dello Spirito, la pace di Dio, allora si diventa operatori di pace e di riconciliazione. La pace si costruisce giorno per giorno nello stesso modo in cui cresce e matura una relazione d’amore che è tale non perché non ha mai subito crisi, ma perché le ha attraversate avendo sempre presente l’obbiettivo della riconciliazione.

Preghiamo
Signore Gesù, operatore di pace, Tu che stendendo le braccia sulla croce sei il ponte che ricongiunge il Cielo e la terra, donami l’eredità dei figli di Dio. Riempimi di ogni carisma necessario perché io sia per i miei fratelli segno del tuo amore che riconcilia. Donami la tua pace, rendimi disponibile ad accoglierla e donarla a chi, come me, è nel turbamento, a chi è accecato dalla rabbia, a chi è sprofondato nello sconforto, a chi è segnato nella carne e nella psiche da profonde lacerazioni, a chi è combattuto se rimanere nell’amicizia o fuggire, a chi è inquieto per una scelta che non riesce a fare. Dona la tua pace, donala sempre e abbondantemente, soprattutto quando non ho il coraggio di rivolgermi a Te e chiederla nella preghiera.