Custodia e accudimento – Martedì della XIX settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
Martedì della XIX settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
Dt 31,1-8 Dt 32

Dio onnipotente ed eterno,
guidati dallo Spirito Santo,
osiamo invocarti con il nome di Padre:
fa’ crescere nei nostri cuori lo spirito di figli adottivi,
perché possiamo entrare nell’eredità che ci hai promesso.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Dal libro del Deuteronòmio Dt 31,1-8
Sii forte e fatti animo, Giosuè, perché tu condurrai questo popolo nella terra.
Mosè andò e rivolse queste parole a tutto Israele. Disse loro:
«Io oggi ho centovent’anni. Non posso più andare e venire. Il Signore inoltre mi ha detto: “Tu non attraverserai questo Giordano”. Il Signore, tuo Dio, lo attraverserà davanti a te, distruggerà davanti a te quelle nazioni, in modo che tu possa prenderne possesso. Quanto a Giosuè, egli lo attraverserà davanti a te, come il Signore ha detto.
Il Signore tratterà quelle nazioni come ha trattato Sicon e Og, re degli Amorrei, e come ha trattato la loro terra, che egli ha distrutto. Il Signore le metterà in vostro potere e voi le tratterete secondo tutti gli ordini che vi ho dato.
Siate forti, fatevi animo, non temete e non vi spaventate di loro, perché il Signore, tuo Dio, cammina con te; non ti lascerà e non ti abbandonerà».
Poi Mosè chiamò Giosuè e gli disse alla presenza di tutto Israele: «Sii forte e fatti animo, perché tu condurrai questo popolo nella terra che il Signore giurò ai loro padri di darvi: tu gliene darai il possesso. Il Signore stesso cammina davanti a te. Egli sarà con te, non ti lascerà e non ti abbandonerà. Non temere e non perderti d’animo!».
Il passaggio di testimone
I cc. 31-34 fungono da conclusione non solo del Libro del Deuteronomio ma di tutta la Torah o Pentateuco. Il brano liturgico rinvia a Dt 3, 23-29 nel quale Dio non accoglie la richiesta di Mosè di attraversare il Giordano insieme al popolo ed entrare nella terra promessa e abitarvi. Mosè, che ha guidato il popolo nel drammatico passaggio dalla schiavitù dell’Egitto alla libertà, deve cedere il posto a Giosuè che diviene il leader d’Israele nella fase finale del suo esodo. Mosè nella sua umiltà diviene per tutti il modello del servo obbediente che, pur se sente di essere una vittima, non si ribella ma si fida di Dio, certo che la sua attesa non sarebbe andata delusa e che il Signore lo avrebbe ricompensato al di là delle umane aspettative. Mosè è l’archetipo del «servo inutile» che non mira a soddisfare i propri desideri o ambizioni, ma riconosce che non può identificarsi col suo ministero e che la sua vita non finisce con il termine della sua autorità. Riconoscere quella di Giosuè significa affermare la indiscussa signoria di Dio che è l’unico vero leader d’Israele. Quello di Mosè non è un riconoscimento individuale fatto nel segreto del proprio ragionamento, ma si tratta di una vera e propria professione di fede in Dio e di obbedienza fatta davanti al popolo. Mosè è, in tal senso, un vero educatore perché come atto finale del suo servizio, “lascia andare”, affermando così che il popolo non è sua proprietà ma appartiene a Dio. Giosuè attinge dalle parole e dai gesti di Mosè ispirazione e coraggio per iniziare e portare avanti la missione che nasce direttamente dal cuore di Dio e di cui tutti i suoi ministri sono annunciatori e realizzatori con la propria vita.
Dal Vangelo secondo Matteo Mt 18,1-5.10.12-14
Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli.
In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?».
Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse:
«In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me.
Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli.
Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda».
Custodia e accudimento
La festa degli Angeli Custodi ci offre l’occasione per riaffermare la nostra fede nel Dio amante e custode dell’uomo. La custodia è cosa diversa dal controllo e la differenza è la stessa che passa tra l’atteggiamento di un padre e quello di un padrone. Chi spia per controllare si nasconde mentre Dio per custodirci si rivela, si fa prossimo, mostra il suo volto e soprattutto si comunica.
Nella storia d’Israele Dio si rivela come il custode del popolo, sempre vigile e attento per proteggere, per correggere, per sorreggere e per guidare. Sul viso del Custode mentre rivolge il suo sguardo verso gli uomini non si trova mai una smorfia di disgusto o sdegno perché il suo amore è fedele e non disprezza nessuna delle sue creature. Tuttavia, non è impassibile e freddo, ma partecipando a pieno alle vicende degli uomini, gioisce e soffre insieme con loro. Perciò una caratteristica della custodia è la condivisione che crea un ponte comunicativo tra Dio e l’uomo. Proprio perché quello di Dio è uno sguardo compassionevole egli ci accoglie sempre come bambini nei quali i bisogni sono più numerosi dei meriti. In questo senso custodire significa creare dentro di sé lo spazio adatto ad accogliere l’altro in modo integrale senza che passi dal filtro delle attese che lo spogliano della sua dignità.
Il vangelo dell’Infanzia di Matteo racconta di come Giuseppe, grazie al suo angelo, sia diventato custode di Maria e del bambino. Ascoltando la voce del Custode che parla nel segreto della nostra coscienza, nuda, povera e indifesa, siamo da Lui illuminati, confortati e sorretti per prendere decisioni e fare delle scelte che fanno di noi angeli custodi dei nostri fratelli.
Dalla parte dei più piccoli
Non è vero che Dio non è di parte! Dio si schiera decisamente a favore dei più piccoli, dei più vulnerabili e fragili. Essi sono quelli che più facilmente possono smarrirsi come una pecorella che, magari perché distratta, non ritrova più il suo gregge.
Così ciascun membro della comunità, soprattutto chi ha il compito di custode e guida, non può rimanere indifferente davanti allo smarrimento dei suoi fratelli e sorelle. Per amore dei più piccoli deve saper lasciare ciò che è più gratificante o le proprie isole di confort, e intraprendere un viaggio faticoso di ricerca verso l’altro per recuperare il rapporto con chi si è allontanato.
Nei conflitti non basta assegnare i posti, quelli riservati ai giusti e quelli assegnati ai ribelli. Per amore della unità e della comunione totale bisogna fare ogni sforzo per recuperare e reintegrare.
Come agli occhi di Dio, così ai nostri, nessuno è un numero. Il vuoto lasciato da un fratello deve scuoterci, affinché possiamo vincere la rassegnazione con il desiderio sempre rinnovato della comunione fraterna.
Potremmo avere il dubbio che l’insistenza con la quale ricercare il fratello o la sorella che si sono allontanati sia invadenza e che invece bisogna rispettare le scelte altrui lasciandoli andare. Tuttavia, lasciare andare non significa indifferenza. Il cercare l’altro per ricostruire il rapporto con lui è cosa diversa dall’inseguirlo per ripossederlo.
Lo smarrimento dei più piccoli deve portarci anche a riflettere sulle nostre omissioni nel bene che hanno allentato i legami affettivi. La ricerca dell’altro parte dalla conversione personale e dalla riparazione di ciò che ha potuto provocare lo smarrimento del fratello.
Lasciamoci ispirare dalla gioia pregustata di ritrovare la comunione fraterna, piuttosto che dello sterile giudizio di chi si limita a prendere atto di una situazione dolorosa e a condannare. Questo è il tempo della nostalgia della comunione.
Preghiamo
Signore Gesù, che ti sei fatto piccolo come un bambino, m’insegni che l’umiltà è il metro di misura della grandezza davanti a Dio. Lui, che abbassa i superbi e innalza gli umili, risuscita Te che la superbia degli uomini condanna a morte ancora oggi scartando le persone ritenute inutili. Tu, come un bambino, ti sei affidato alle mani del Padre che ti ha strappato da quelle della morte. Aiutami a confidare nell’aiuto di Dio che custodisce i passi dei suoi figli. Non mi assicuri che la sofferenza non busserà mai alla mia porta ma sono certo che la forza del tuo amore mi sosterrà in ogni prova e che al termine del cammino della vita mi introdurrai nel coro degli angeli che giorno e notte ti adorano cantando le tue lodi.
Signore Gesù, pastore coraggioso e chiaramente di parte perché schierato a favore dei più piccoli, aiutaci ad abbattere gli steccati mentali e i recinti delle vecchie abitudini. In tal modo potremo discernere la volontà di Dio lasciandoci ispirare non dal criterio della comodità ma da quello della speranza della riconciliazione e della comunione fraterna. Donaci i tuoi stessi sentimenti di compassione e tenerezza affinché riusciamo a vincere l’accidia, che ci blocca nelle nostre zone di confort create su misura a noi stessi, per intraprendere il cammino della ricerca del fratello lontano e perso di vista. Metti nel cuore una sana inquietudine e una salutare tensione tale che sia per noi sempre motivo per andare incontro a quei fratelli che sentiamo più distanti, per il modo di pensare o di agire, e portare loro la gioia dell’amicizia ritrovata.