Quando piangere è un esercizio di compassione – Giovedì della XXXIII settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

Quando piangere è un esercizio di compassione – Giovedì della XXXIII settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

17 Novembre 2023 0 Di Pasquale Giordano

Giovedì della XXXIII settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

1Mac 2,15-29   Sal 49

Il tuo aiuto, Signore Dio nostro,

ci renda sempre lieti nel tuo servizio,

perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene,

possiamo avere felicità piena e duratura.

Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,

e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,

per tutti i secoli dei secoli.


Dal primo libro dei Maccabèi 1Mac 2,15-29

Cammineremo nell’alleanza dei nostri padri.

In quei giorni, i messaggeri del re, incaricati di costringere all’apostasia, vennero nella città di Modin per indurre a offrire sacrifici. Molti Israeliti andarono con loro; invece Mattatìa e i suoi figli si raccolsero in disparte.

I messaggeri del re si rivolsero a Mattatìa e gli dissero: «Tu sei uomo autorevole, stimato e grande in questa città e sei sostenuto da figli e fratelli. Su, fatti avanti per primo e adempi il comando del re, come hanno fatto tutti i popoli e gli uomini di Giuda e quelli rimasti a Gerusalemme; così tu e i tuoi figli passerete nel numero degli amici del re e tu e i tuoi figli avrete in premio oro e argento e doni in quantità».

Ma Mattatìa rispose a gran voce: «Anche se tutti i popoli che sono sotto il dominio del re lo ascoltassero e ognuno abbandonasse la religione dei propri padri e volessero tutti aderire alle sue richieste, io, i miei figli e i miei fratelli cammineremo nell’alleanza dei nostri padri. Non sia mai che abbandoniamo la legge e le tradizioni. Non ascolteremo gli ordini del re per deviare dalla nostra religione a destra o a sinistra».

Quando ebbe finito di pronunciare queste parole, si avvicinò un Giudeo alla vista di tutti per sacrificare sull’altare di Modin secondo il decreto del re. Ciò vedendo, Mattatìa arse di zelo; fremettero le sue viscere e fu preso da una giusta collera. Fattosi avanti di corsa, lo uccise sull’altare; uccise nel medesimo tempo il messaggero del re, che costringeva a sacrificare, e distrusse l’altare. Egli agiva per zelo verso la legge, come aveva fatto Fineès con Zambrì, figlio di Salom. La voce di Mattatìa tuonò nella città: «Chiunque ha zelo per la legge e vuole difendere l’alleanza mi segua!». Fuggì con i suoi figli tra i monti, abbandonando in città quanto possedevano.

Allora molti che ricercavano la giustizia e il diritto scesero nel deserto, per stabilirvisi.

Lo zelo

Mattatìa, personaggio in vista della comunità d’Israele, insieme con la sua famiglia volutamente si mette in disparte e rifiuta di abbandonare la fede dei padri per adeguarsi alle leggi ingiuste imposte dall’invasore. I messaggeri cercano di convincere Mattatìa a convertirsi prospettando una ricca ricompensa. Come Eleàzaro rifiuta la menzogna per non scandalizzare, la madre dei sette fratelli rinuncia a trattenerli per sé per riaverli da Dio, anche Mattatìa ricusa ogni forma di compromesso e disobbedisce ai malvagi per rimanere fedele alla Legge di Dio.

Lo zelo di Mattatìa lo spinge a reagire con durezza e radicalità contro chi considera traditori. Lo zelo di Mattatìa ispira anche quello di Saulo che si fa autorizzare dai capi del tempio a perseguitare i cristiani. La vicenda di Paolo dimostra che Gesù viene per purificare la fede da ogni forma di aggressività e imposizione. Nel tempio Gesù compirà un gesto molto forte che l’evangelista Giovanni riconoscere essere segno del suo zelo verso la Casa del Padre. Lo zelo non si trasforma mai in prevaricazione perché «la gelosia» di Dio è quello dello sposo che ama a sua sposa. Anche se sbaglia, egli non la caccia, ma la recupera sacrificando sé stesso per salvarla e riconquistarla al suo amore.

+ Dal Vangelo secondo Luca Lc 19,41-44

Se avessi compreso quello che porta alla pace!

In quel tempo, Gesù, quando fu vicino a Gerusalemme, alla vista della città pianse su di essa dicendo:

«Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi.

Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte; distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata».

Quando piangere è un esercizio di compassione

La vicenda del cieco di Gerico e di Zaccheo insegna che chi lo cerca con umiltà e lo accoglie con gioia viene salvato, rinasce a nuova vita. Al contrario, Gerusalemme, la città posta in alto sul monte Sion, riserva a Gesù un trattamento ingiusto. Ai suoi occhi appare chiaramente la sua altezzosa bellezza che però nasconde l’orgogliosa autoreferenzialità quasi a volersi difendere da Dio. Lo sguardo di Gesù è quello dello sposo che però non si compiace della bellezza della sua sposa, ma piange la sua malattia che l’ha deformata e l’ha sta portando alla morte. Gesù fa un lamento funebre. Gli occhi di Gerusalemme sono spenti come quelli di chi non è più cosciente. Nel pianto di Gesù è raccontato tutto il dolore dell’Amore non amato, dell’aiuto rifiutato, della pace combattuta, della giustizia umiliata. Gerusalemme diventa il simbolo di coloro che sono refrattari agli inviti del Signore a convertirsi e a lasciarsi guarire e continuano a nascondersi dietro la maschera del perbenismo e del culto esteriore a cui non corrisponde l’adorazione del cuore. Gerusalemme senza il Santo in mezzo a lei è non è più città santa ma maledetta, come un corpo senza anima diventa un cadavere che si corrompe.

Il lamento di Gesù è eco del pianto di Dio che, come una madre, non si dà pace per la perdita dei suoi figli. Le lacrime di Dio sono amare come la rabbia ma esse hanno la forza di scavare e liberare anche i cuori più induriti. L’amore di Dio scende su di noi come rugiada che ristora e similmente le lacrime sono versate per smuovere la nostra presunzione e ammorbidire le nostre grette rigidità. Picconiamo il nostro orgoglio perché non diventi la pietra tombale sulla speranza alla quale Dio ci chiama e raccogliamo lacrime di Dio perché esse scavino in noi canali di grazia.

Oggi, la visione del pianto di Gesù ci porti a stargli vicino e a consolarlo, come faremmo con una persona il cui dolore ci commuove perché ci coinvolge. Compatire il dolore di Dio ci aiuterà a sentire vero dolore per i nostri peccati, per le ferite che provocano le nostre parole e la superficialità con la quale capita di trattare quelli che ci stanno vicini. Usare tenerezza nei confronti di Gesù ci permetterà di superare il senso di fastidio o la rabbia che suscitano gli atteggiamenti degli altri.

Signore Gesù, nelle tue lacrime si riflette il mio peccato e riconosco quanto distante io sia dal tuo modo di amare ma anche quanto vicino è il tuo cuore al mio. Il tuo sguardo di compassione susciti in me la contrizione del cuore e il dolore del mio peccato. Aiutami a piangere per liberarmi, con le lacrime che consegno nelle tue mani, delle mie frustrazioni e dei sensi di colpa. Esse purifichino il mio sguardo da ogni forma di arrogante autoreferenzialità per accogliere, da povero, il dono della pace che mi offri. Le lacrime del tuo dolore, come un fiume in piena, abbattano le mie resistenze opposte con atteggiamenti ipocriti e di fede falsa. Donami la forza di sfuggire all’assedio della tentazione e l’umile confidenza di gettarmi nelle tue braccia di misericordia.