La gioia del perdono – SACRATISSIMO CUORE DI GESU’ (ANNO C)

La gioia del perdono – SACRATISSIMO CUORE DI GESU’ (ANNO C)

26 Giugno 2025 0 Di Pasquale Giordano

La gioia del perdono – SACRATISSIMO CUORE DI GESU’ (ANNO C)
Ez 34,11-16 Sal 22 Rm 5,5-11

O Dio, pastore buono,
che manifesti la tua onnipotenza
nel perdono e nella compassione,
raduna i tuoi figli dispersi
e ristorali al torrente della grazia
che sgorga dal Cuore del tuo Figlio,
perché sia festa grande nell’assemblea dei santi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Dal libro del profeta Ezechièle Ez 34,11-16
Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare.

Così dice il Signore Dio:
«Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine.
Le farò uscire dai popoli e le radunerò da tutte le regioni. Le ricondurrò nella loro terra e le farò pascolare sui monti d’Israele, nelle valli e in tutti i luoghi abitati della regione.
Le condurrò in ottime pasture e il loro pascolo sarà sui monti alti d’Israele; là si adageranno su fertili pascoli e pasceranno in abbondanza sui monti d’Israele. Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio.
Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia».
Il Buon Pastore
Il profeta Ezechiele parla in nome di Dio al popolo in esilio disperso in terra straniera, senza re, senza tempio, senza casa. Lui stesso si impegna a cercare a radunare il suo popolo come un pastore con il suo gregge. Egli ha costantemente esercitato la regalità su Israele inviando i suscitando uomini e donne ministri della sua potenza salvifica. Dio ha chiamato uomini e donne a collaborare al suo progetto affidando loro autorità e potere. Chi ha ricevuto l’incarico di governare il popolo avrebbe dovuto sempre ricordare che aveva un’stanza superiore a cui obbedire e dare conto. Alcuni hanno disobbedito a Dio tradendo la missione loro affidata e causando un grave danno alla comunità che, nella crisi, invoca e attende un intervento di Dio. Il Signore ascolta il grido del povero e offre una parola di speranza che trova compimento in Gesù Cristo che si rivela come il Buon Pastore che dà la vita per le sue pecore. Chiunque ascolta la voce di Dio e mette in pratica la sua parola fa della terra su cui abita, anche se straniera, la Terra santa, ossia il luogo in cui incontrare il Signore che si prende cura di noi.

Salmo responsoriale Sal 22
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.

Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare,
ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l’anima mia.
Mi guida per il giusto cammino
a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura,
non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincàstro
mi danno sicurezza.
Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;
il mio calice trabocca.
Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore
per lunghi giorni.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani Rm 5,5-11
Dio dimostra il suo amore verso di noi.

Fratelli, l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.
Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.
A maggior ragione ora, giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui. Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, grazie al quale ora abbiamo ricevuto la riconciliazione.
Riconciliati e riconcilianti
La rivelazione biblica non consiste in una dottrina particolare ma nella relazione che s’instaura tra Dio e l’uomo. Le forme dei rapporti tra le persone possono essere tante; si va da quella familiare a quella sociale, da quella amichevole a quella professionale, da quella giuridica a quella istituzionale. Il legame che unisce Dio all’uomo abbraccia tutte le forme possibili perché coinvolge la vita in tutte le sue dimensioni: esso è l’amore. Dio si rivela dichiarando il suo amore per l’uomo. Lo ama non perché ai suoi occhi è meritevole ma proprio perché è debole e facile a cadere nel peccato, ovvero nel male che lo ferisce e che può portare alla morte. La scelta di Dio è dettata dall’amore gratuito e fedele. L’uomo, incapace di un amore tale ma desideroso di sperimentarlo, non avrebbe potuto immaginare un dio così; piuttosto lo avrebbe costruito “a sua immagine”, come ha fatto costruendo gli idoli, trasferendo in esso la sua ambizione. Infatti, gli dei altro non sono che la proiezione o la gigantografia del proprio io egoista e avido di potere. Dio si rivela, ovvero fa conoscere il suo nome e il suo volto, non con discorsi verbosi ma con i fatti, il più grande dei quali è il dono del proprio Figlio unigenito. Gesù Cristo, morendo per noi, si offre in sacrificio per liberarci dal peccato. Solo l’amore che si dona può sconfiggere il male, liberare l’uomo dalla sua dipendenza mortale e costruire un legame forte con il Dio della vita. Tale relazione costituisce l’uomo quale Figlio di Dio, lo inserisce nella famiglia divina e lo santifica perché possa essere nel mondo testimone con la vita della misericordia che salva. Salvato e riconciliato con Dio, l’uomo, reso giusto dal sacrificio di Cristo, viene chiamato ad essere ministro della riconciliazione e della comunione fraterna per anticipare nel presente la gioia della beatitudine eterna.

Dal Vangelo secondo Luca Lc 15,3-7
Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta.

In quel tempo, Gesù disse ai farisei e agli scribi questa parabola:
«Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova?
Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”.
Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione».
La gioia del perdono
Il capitolo 15 è una perla narrativa del vangelo di Luca il cui fascino traspare dalla gioia che pervade i racconti. L’evangelista l’introduce evidenziando il fatto che i pubblicani e i peccatori si avvicinano a Gesù per ascoltarlo mentre gli scribi e i farisei, emblema degli uomini religiosi in Israele, mormorano. Questi ultimi hanno di Dio un’idea sbagliata perché lo immaginano, e lo presentano, come un freddo giudice che condanna il colpevole e assolve l’innocente o come un re che fa giustizia eliminando dal paese tutti gli empi e i peccatori. La replica di Gesù alla loro mormorazione è affidata a tre racconti, due piccole allegorie e una parabola. Nella prima, che è anche il brano evangelico scelto dalla liturgia odierna, il protagonista è il pastore di cento pecore che va in cerca di una di esse che si era smarrita. È un’allegoria che ha chiaramente qualcosa di paradossale. Infatti, Gesù domanda: chi di voi? E la risposta sarebbe nessuno! Nessun uomo lascerebbe novantanove pecore, cioè le sue sicurezze, per andare in cerca di una sola perduta. Eppure, il pastore di cui parla Gesù non solo rischia per la sola pecora smarrita, ma una volta trovata con gioia se ne prende cura e la riporta a casa coinvolgendo nella festa anche gli amici e parenti. Il motivo è chiaro: ho ritrovato la mia pecora! Quella ritrovata e salvata da morte sicura non è solo una pecora del suo gregge, ma “la mia pecora”, quella a cui si sente ancora più legato. Quanto distante è l’immagine di Dio che hanno gli esperti della religione da quella che Gesù propone. La differenza sta nell’amore che non è un fatto concettuale o emozionalistico legato al piacere. Amare nel linguaggio umano è spesso sinonimo di piacere, gradimento, soddisfazione. In Dio amore significa passione per l’uomo, compassione per la sua sofferenza, movimento di uscita verso l’altro, rischio e dolore, iniziativa, creatività e coinvolgimento. La gioia di Dio sgorga da un cuore caldo, tenero, che sa adattarsi alle crisi senza perdere la fiducia in chi si ama. Come il pastore, anche Dio non si rassegna all’allontanamento anche solo di una delle sue creature. Facile immaginare il contenuto della mormorazione degli scribi e dei farisei: cosa ci troveranno di così interessante in questo Gesù tanto da ascoltarlo con attenzione. Ciò che affascina è proprio la gioia di Dio che traspare dalle parole, dai gesti e dal corpo stesso di Gesù. Sono loro, infatti, gli invitati alla festa. Tutti siamo chiamati ad essere amici di Dio e a partecipare alla gioia della riconciliazione e della comunione ritrovata. Culmine della conversione è la festa organizzata dal Signore; la cena dell’Agnello. I peccatori potrebbero essere bloccati dal senso di colpa e di indegnità, mentre i “giusti” potrebbero chiamarsi fuori per non contaminarsi con gli altri. In verità, tutti siamo chiamati a conversione per gustare la gioia del perdono.
Preghiamo
Signore Gesù, buon Pastore che vieni a cercare chi si è perduto nel peccato e gioisci quando lo riabbracci nel perdono, ti ringraziamo perché non ti stanchi mai di farti prossimo a noi peccatori e di accoglierci con amorevolezza per restituirci la dignità e la libertà. Donaci l’umiltà di lasciarci trovare e curare da Te; guariscici dalla presunzione di salvarci da soli e dall’arroganza con cui giudichiamo senza pietà i fratelli. Rendici docili all’azione educativa dello Spirito affinché, guidati da Lui, possiamo trovare sempre la strada che ci riporta a casa lì dove ci chiami a partecipare alla gioia della riconciliazione e della comunione fraterna.