La missione del cristiano, umanizzare il mondo – Venerdì della XIV settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

La missione del cristiano, umanizzare il mondo – Venerdì della XIV settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

7 Luglio 2026 0 Di Pasquale Giordano

Venerdì della XIV settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
Os 14,2-10 Sal 50 Mt 10,16-23: Non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro.

O Padre, che nell’umiliazione del tuo Figlio
hai risollevato l’umanità dalla sua caduta,
dona ai tuoi fedeli una gioia santa,
perché, liberati dalla schiavitù del peccato,
godano della felicità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Dal libro del profeta Osèa Os 14,2-10
Non chiameremo più dio nostro l’opera delle nostre mani.

Torna dunque, Israele, al Signore, tuo Dio,
poiché hai inciampato nella tua iniquità.
Preparate le parole da dire
e tornate al Signore;
ditegli: «Togli ogni iniquità,
accetta ciò che è bene:
non offerta di tori immolati,
ma la lode delle nostre labbra.
Assur non ci salverà,
non cavalcheremo più su cavalli,
né chiameremo più “dio nostro”
l’opera delle nostre mani,
perché presso di te l’orfano trova misericordia».
«Io li guarirò dalla loro infedeltà,
li amerò profondamente,
poiché la mia ira si è allontanata da loro.
Sarò come rugiada per Israele;
fiorirà come un giglio
e metterà radici come un albero del Libano,
si spanderanno i suoi germogli
e avrà la bellezza dell’olivo
e la fragranza del Libano.
Ritorneranno a sedersi alla mia ombra,
faranno rivivere il grano,
fioriranno come le vigne,
saranno famosi come il vino del Libano.
Che ho ancora in comune con gli idoli, o Èfraim?
Io l’esaudisco e veglio su di lui;
io sono come un cipresso sempre verde,
il tuo frutto è opera mia».
Chi è saggio comprenda queste cose,
chi ha intelligenza le comprenda;
poiché rette sono le vie del Signore,
i giusti camminano in esse,
mentre i malvagi v’inciampano.

Torna, Israele, al Signore
La conclusione degli oracoli di Osea è affidata ad un accorato appello a chi, tra gli Israeliti, è saggio e intelligente e ricopre un ruolo di guida. Essi hanno il compito di sensibilizzare il popolo a ritornare al Signore, loro Dio, rinunciando definitivamente agli idoli e a tutte quelle forme di compromesso che mortificano il rapporto con Lui. Se Israele si converte dalla sua condotta ipocrita e ritorna alla fede originaria anche Dio è pronto a perdonare e rinnovare la sua benevolenza. La povertà e la miseria sono il risultato di scelte sbagliate fatte seguendo logiche estranee alla volontà di Dio. Da qui l’invito pressante alla conversione per tornare a gustare la bontà e la fedeltà di Dio.
Dio non mai smesso di parlare al suo popolo che invece, vinto dallo sconforto o preso dall’orgoglio non gli rivolge più la parola per riservarla agli idoli. Il cammino di conversione è ritmato dalla preghiera liturgica con i suoi molteplici linguaggi, tanti quanti sono le emozioni, gli stati d’animo e le condizioni di vita. Il Signore sembra voler dire al popolo che nella gioia e nel dolore essi possono aprirgli il cuore per implorare il perdono e per elevare inni di ringraziamento e di lode. Il cuore di Dio è sempre pronto ad accogliere chi ritorna a lui dopo aver sperimentato il fallimento della fiducia riposta nei presunti potenti della terra e in sé stessi. Nell’aridità spirituale causata dal peccato la parola di Dio è come rugiada che dà speranza di rinascita. Tutto passa, anche le promesse di coloro che vogliono conquistare il mondo e affermare se stessi, solo Dio resta perché il suo amore è per sempre. Chi crede in Lui porta frutto in ogni stagione della vita e nel momento della prova rimane salda la sua speranza perché fondata sulla solida roccia del suo amore.

Salmo responsoriale Sal 50
La mia bocca, Signore, proclami la tua lode.

Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;
nella tua grande misericordia
cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro.
Tu gradisci la sincerità nel mio intimo,
nel segreto del cuore m’insegni la sapienza.
Aspergimi con rami d’issòpo e sarò puro;
lavami e sarò più bianco della neve.
Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito.
Rendimi la gioia della tua salvezza,
sostienimi con uno spirito generoso.
Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode.

Il ritorno a Dio che ricrea il cuore
Il Salmo 50 (51) appartiene al genere dei salmi penitenziali ed è la grande preghiera biblica della conversione. Attribuito dalla tradizione al pentimento di Davide dopo il suo peccato, nel contesto del Salterio diventa la voce di ogni credente e dell’intero popolo che, riconoscendo la propria infedeltà, non si nasconde davanti a Dio, ma ritorna a Lui confidando nella sua misericordia. Non è semplicemente una confessione della colpa, ma soprattutto una professione di fede nell’amore di Dio capace di perdonare, purificare e ricreare la vita.
Il salmista comprende che il vero cambiamento non nasce da gesti esteriori, ma da un cuore trasformato: «Tu gradisci la sincerità nel mio intimo». La conversione autentica non consiste nel tentativo dell’uomo di cancellare da solo il proprio passato, ma nell’accogliere l’azione creatrice di Dio: «Crea in me, o Dio, un cuore puro». Il verbo “creare” richiama l’opera originaria di Dio: solo il Signore può far nascere una vita nuova là dove il peccato ha prodotto aridità e separazione.
«Torna dunque, Israele, al Signore, tuo Dio». Dopo aver denunciato l’infedeltà del popolo e l’illusione degli idoli, Dio non conclude la sua parola con il giudizio, ma con una promessa di guarigione: «Io li guarirò dalla loro infedeltà, li amerò profondamente». Come il salmista chiede di essere lavato e rinnovato, così Israele è invitato ad abbandonare le false sicurezze — il potere, la forza militare, le opere delle proprie mani — per lasciarsi rigenerare dall’amore gratuito del Signore.
La preghiera diventa il primo passo del ritorno: Osea invita il popolo a «preparare le parole da dire», mentre il salmista invoca: «Signore, apri le mie labbra». È Dio stesso che rende possibile il dialogo spezzato dal peccato e trasforma il lamento in lode. La misericordia ricevuta diventa così una nuova fecondità: il cuore purificato è come la terra arida visitata dalla rugiada del Signore, capace di rifiorire e portare frutti di fedeltà, speranza e amore.

Dal Vangelo secondo Matteo Mt 10,16-23
Non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro.

In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli:
«Ecco: io vi mando come pecore in mezzo a lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe.
Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi.
Il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato.
Quando sarete perseguitati in una città, fuggite in un’altra; in verità io vi dico: non avrete finito di percorrere le città d’Israele, prima che venga il Figlio dell’uomo».

La missione del cristiano, umanizzare il mondo
Gesù sembra anticipare la reazione dei suoi discepoli davanti alle forti resistenze incontrate nella loro missione fin dagli inizi e che la fa apparire agli occhi degli apostoli come impossibile. Eppure, il Vangelo altro non è che la pace in mezzo alla guerra e non può essere portato se non da cristiani che hanno la consapevolezza di essere come pecore in mezzo ai lupi. Basta leggere le cronache quotidiane per renderci conto che viviamo in un mondo di lupi nel quale da sempre, come testimoniano le prime pagine della Bibbia, violenze e contese sono all’ordine del giorno. La logica egoistica dell’interesse personale e l’avidità giungono fino al punto di sovvertire le norme morali di base che regolano il vivere civile nella famiglia e nella comunità sociale. Le parole di Gesù risuonano non come un avvertimento, ma come l’affidamento della missione di umanizzare il mondo in cui si vive. Tuttavia, la mitezza, che caratterizza l’immagine della pecora, non significa ingenuità; ecco perché Gesù specifica che la semplicità, tipica della colomba, deve coniugarsi con l’astuzia e la prudenza proprie del serpente. Da una parte il cristiano raccoglie la sfida che gli lancia il mondo con la serenità che gli viene dalla certezza di essere dalla parte giusta, cioè dalla parte di Dio che parla non per accusare, condannare e dare la morte, ma, al contrario, per sanare, correggere, convertire e dare la vita. Dall’altra non si pone in atteggiamento di sfida contro l’avversario, ma fuggendo il male si mette al riparo dalla tentazione dell’arroganza e della temerarietà nella quale il demonio vorrebbe farlo cadere. Perseverare significa rimanere fedele al progetto di vita che Gesù propone di attuare insieme con lui. I social media hanno sostituito i tribunali nei quali il cristiano, più che dire il suo pensiero, è chiamato a far parlare lo Spirito Santo attraverso parole semplici e prudenti corroborate da azioni ispirate dalla carità fraterna.

Preghiamo
Signore Gesù, Tu sei il modello di uomo al quale ispirare le proprie scelte di vita in un mondo nel quale prevale la logica del possesso e della competizione. Sei in mezzo a noi un segno di contraddizione e la tua croce è un fastidioso richiamo al valore della riconciliazione al cui impegno deve essere consacrato ogni sforzo. Rendimi strumento della tua pace, testimone credibile della verità dell’uomo che non può essere veramente felice se non mediante l’esercizio della carità.