Cont-atto di fede – Lunedì della XIV settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
Lunedì della XIV settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
Os 2,16-18.21-22 Sal 144 Mt 9,18-26: Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni ed ella vivrà.

O Padre, che nell’umiliazione del tuo Figlio
hai risollevato l’umanità dalla sua caduta,
dona ai tuoi fedeli una gioia santa,
perché, liberati dalla schiavitù del peccato,
godano della felicità eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Dal libro del profeta Osèa Os 2,16-18.21-22
Ti farò mia sposa per sempre.
Così dice il Signore:
«Ecco, io la sedurrò,
la condurrò nel deserto
e parlerò al suo cuore.
Là mi risponderà
come nei giorni della sua giovinezza,
come quando uscì dal paese d’Egitto.
E avverrà, in quel giorno
– oracolo del Signore –
mi chiamerai: “Marito mio”,
e non mi chiamerai più: “Baal, mio padrone”.
Ti farò mia sposa per sempre,
ti farò mia sposa
nella giustizia e nel diritto,
nell’amore e nella benevolenza,
ti farò mia sposa nella fedeltà
e tu conoscerai il Signore».
Dalla giustizia retributiva a quella oblativa
Il libro degli oracoli del profeta Osea si apre con la sua drammatica vicenda matrimoniale. La vita stessa del profeta rivela il mistero del disegno di Dio. Osea ha amato e ama ancora una donna che ha risposto al suo amore col tradimento. Similmente il Signore ama Israele, benché sposa infedele. Dunque, il profeta, nella cui parola riecheggia quella di Dio, volendo ristabilire la giustizia chiama in giudizio la sposa affinché, denunciando apertamente le sue colpe, lei possa ammettere le sue responsabilità e chiedere perdono. Tuttavia, il procedimento giuridico attivato dal profeta non sembra sortire effetti positivi considerando la perseveranza nell’adulterio. Stando al racconto, Osea fu invitato da Dio a prendere in moglie Gomer che era già una prostituta. Probabilmente era una sacerdotessa di uno dei templi dedicato a Baal e Astarte che erano gli dei sovrintendenti alla fertilità. Nei versi poetici del libro profetico s’intrecciano il tema della prostituzione e dell’adulterio. Già prima di Osea si qualificava come prostituzione il culto che i cananei rendevano ai loro idoli a motivo delle pratiche di prostituzione sacra che vi erano associate. Israele diventa prostituta quando imita l’idolatria del paese nel quale abita. La novità di Osea sta nell’immagine nuziale alla quale è associata quella dell’adulterio perché il profeta è il primo a rappresentare con il simbolo dell’unione coniugale i rapporti di alleanza tra il Signore e il suo popolo. Per questo motivo la sequela degli altri dei era considerato adulterio e, conseguentemente, motivo di ripudio da parte del Dio/Sposo. Il divorzio, effetto del peccato, avrebbe comportato la spogliazione e la perdita di tutti quei benefici derivanti dal matrimonio. Ma l’ultima parola rimane quella di Dio che non si rassegna al peccato e agisce, non considerando il criterio della giustizia retributiva, ma inaugurando il principio della giustizia oblativa. Dio riprende l’iniziativa in maniera assolutamente gratuita per ristabilire il rapporto nuziale. L’immagine del deserto e della parola detta sul cuore riattualizza l’evento dell’Esodo culminante con l’alleanza al Sinai e l’ingresso nella terra promessa. Dio sposa la sua amata parlando al cuore di Israele, scrivendo la Parola nel suo cuore affinché la fedeltà, la benevolenza, la giustizia e il diritto diventino anche suo patrimonio per sempre. In tal modo, Dio/Sposo educa la sua sposa ad un amore responsabile e fedele perché fondato su una conoscenza interiore più profonda e coinvolgente.
Salmo responsoriale Sal 144
Misericordioso e pietoso è il Signore.
Ti voglio benedire ogni giorno,
lodare il tuo nome in eterno e per sempre.
Grande è il Signore e degno di ogni lode;
senza fine è la sua grandezza.
Una generazione narra all’altra le tue opere,
annuncia le tue imprese.
Il glorioso splendore della tua maestà
e le tue meraviglie voglio meditare.
Parlino della tua terribile potenza:
anch’io voglio raccontare la tua grandezza.
Diffondano il ricordo della tua bontà immensa,
acclamino la tua giustizia.
Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.
L’amore fedele di Dio che rigenera la vita
Il Salmo 144 (145) è un inno di lode posto quasi a conclusione del Salterio e apre la grande dossologia finale costituita dagli ultimi salmi (Sal 145–150), nei quali tutta la creazione è invitata a celebrare il Signore. È un salmo alfabetico, costruito secondo le lettere dell’alfabeto ebraico, quasi a suggerire che la lode a Dio abbraccia ogni parola possibile, dalla prima all’ultima lettera, perché tutta l’esistenza è chiamata a riconoscere la sua grandezza. La preghiera nasce dall’esperienza personale del salmista («Ti voglio benedire ogni giorno») ma diventa subito testimonianza comunitaria: ogni generazione riceve e trasmette la memoria delle opere di Dio.
Al centro del salmo non c’è la potenza di un Dio dominatore, ma la rivelazione del suo volto misericordioso: «Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore». Il salmista riprende la professione di fede nata dall’esperienza dell’Esodo (Es 34,6), quando Dio si era manifestato a Mosè come colui che non abbandona il suo popolo nonostante l’infedeltà. La vera grandezza del Signore non consiste nel punire il peccatore, ma nel rimanere fedele al suo amore e nel ricreare continuamente la possibilità dell’alleanza.
In questa prospettiva il salmo illumina la parola del profeta Osea. Come lo sposo tradito che non si arrende all’infedeltà della sua amata, Dio non applica semplicemente una giustizia retributiva, fondata sulla corrispondenza tra colpa e castigo, ma rivela una giustizia oblativa, capace di donarsi ancora e di rigenerare ciò che il peccato ha ferito. La misericordia cantata dal salmo è la stessa che conduce Israele nel deserto per «parlare al suo cuore»: Dio non cerca la sottomissione della sposa, ma desidera ricondurla alla libertà dell’amore.
La lode diventa allora memoria riconoscente di un Dio la cui tenerezza «si espande su tutte le creature». Chi conosce il Signore non è semplicemente colui che riceve il perdono, ma chi impara dal suo modo di amare: una fedeltà che non si consuma davanti al rifiuto, una benevolenza che ricostruisce le relazioni, una misericordia che trasforma il cuore e rende capaci di amare come Lui ama.
Dal Vangelo secondo Matteo Mt 9,18-26
Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni ed ella vivrà.
In quel tempo, [mentre Gesù parlava,] giunse uno dei capi, gli si prostrò dinanzi e disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano su di lei ed ella vivrà». Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli.
Ed ecco, una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni, gli si avvicinò alle spalle e toccò il lembo del suo mantello. Diceva infatti tra sé: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò salvata». Gesù si voltò, la vide e disse: «Coraggio, figlia, la tua fede ti ha salvata». E da quell’istante la donna fu salvata.
Arrivato poi nella casa del capo e veduti i flautisti e la folla in agitazione, Gesù disse: «Andate via! La fanciulla infatti non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma dopo che la folla fu cacciata via, egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò. E questa notizia si diffuse in tutta quella regione.
Cont-atto di fede
La certezza che il contatto con Gesù possa essere il rimedio alla morte e l’unico modo per essere salvati accomuna la fede del papà, la cui figlia è appena morta, e della donna affetta da una malattia che la condannava all’esclusione sociale. Gesù, con il suo atteggiamento di alzarsi per seguire l’uomo a casa sua e di voltarsi per incrociare lo sguardo della donna al fine di rivolgerle la parola che l’avrebbe salvata, riconosce la loro fede e li indica a noi come modelli di credenti. Infatti, sia la fede del padre che, pur essendo uno dei capi della città, si prostra ai piedi di Gesù, sia quella della donna che osa trasgredire alla legge che le imponeva l’isolamento, è la condizione per la quale il loro desiderio possa essere realizzato. Entrambi, pur riconoscendo il loro limiti, non si chiudono nei confini della disperazione e della solitudine, ma osano andare oltre e superarli cercando e ottenendo un incontro diretto con Gesù. La fede che salva non è quella che si identifica con l’adesione ad un sistema di regole morali ma è fondamentalmente ciò che permette di sperimentare la liberazione dai condizionamenti culturali e religiosi che bloccano e separano gli uni dagli altri per vivere una relazione personale e intima con il Signore in modo da recuperare la piena comunione e il senso della familiarità nel rapporto con i fratelli.
Tutto il racconto è sotto il segno della risurrezione. Il verbo «alzarsi» appare all’inizio quando si dice che «Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli» e alla fine allorquando Gesù prende la mano della fanciulla facendola alzare. Prostrandosi, il papà della fanciulla mostra di partecipare alla morte della sua figliola. È un uomo prostrato nella polvere e in quello stato supplica il Signore, il quale si mette in cammino per entrare nella casa dell’afflizione e portare la vita. La fede diventa esperienza di Dio che per fare comunione con l’uomo partecipa al suo dolore, tocca il suo corpo dolorante guarendolo dalla malattia più grave che è la morte. Il contatto è comunicazione attraverso cui Dio prende su di sé la nostra debolezza e ci dona la sua vita.
Preghiamo
Signore Gesù, donami la fede umile che ha animato la supplica del papà della fanciulla morta e quella coraggiosa della donna afflitta dalla malattia che, vincendo la paura, ha osato toccare il tuo mantello. Aiutami a cacciare dalla mia mente i pensieri cattivi di giudizio e di lamentela e alimenta nel mio cuore la speranza del cambiamento affinché non rimanga vittima del pessimismo ma sappia ritrovare in Te le motivazioni per continuare con slancio ed entusiasmo il cammino di crescita nella fede e tradurlo in impegno di carità a servizio dei fratelli.
