Convenienza è connivenza – Mercoledì della XIII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

Convenienza è connivenza – Mercoledì della XIII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

30 Giugno 2026 0 Di Pasquale Giordano

Mercoledì della XIII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
Am 5,14-15.21-24 Sal 49

O Dio, che ci hai reso figli della luce
con il tuo Spirito di adozione,
fa’ che non ricadiamo nelle tenebre dell’errore,
ma restiamo sempre luminosi
nello splendore della verità.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Dal libro del profeta Amos Am 5,14-15.21-24
Lontano da me il frastuono dei vostri canti; piuttosto scorra la giustizia come un torrente perenne.

Cercate il bene e non il male,
se volete vivere,
e solo così il Signore, Dio degli eserciti,
sarà con voi, come voi dite.
Odiate il male e amate il bene
e ristabilite nei tribunali il diritto;
forse il Signore, Dio degli eserciti,
avrà pietà del resto di Giuseppe.
«Io detesto, respingo le vostre feste solenni
e non gradisco le vostre riunioni sacre;
anche se voi mi offrite olocausti,
io non gradisco le vostre offerte,
e le vittime grasse come pacificazione
io non le guardo.
Lontano da me il frastuono dei vostri canti:
il suono delle vostre arpe non posso sentirlo!
Piuttosto come le acque scorra il diritto
e la giustizia come un torrente perenne».

Cercare Dio facendo scorrere la giustizia
Il profeta smaschera l’illusione di un popolo che pensa di poter conservare il favore di Dio attraverso un culto solenne, mentre nella vita quotidiana calpesta il diritto e la giustizia. Il Signore non rifiuta il culto in quanto tale, ma denuncia una religiosità ridotta a formalismo, incapace di tradursi in una concreta fedeltà all’alleanza.
La prima parte del brano (vv. 14-15) esplicita cosa significhi davvero «cercare il Signore»: odiare il male, amare il bene e ristabilire il diritto nei tribunali. Cercare Dio non è anzitutto un esercizio devozionale, ma una scelta morale che coinvolge la vita personale e sociale. Per questo Amos introduce quel sorprendente «forse»: «forse il Signore avrà pietà del resto di Giuseppe». Questo “forse” non esprime incertezza circa la fedeltà di Dio, ma apre uno spazio alla speranza e alla conversione: il giudizio non è l’ultima parola, perché la misericordia di Dio attende sempre una risposta libera dell’uomo.
Nei versetti 21-24 il tono si fa ancora più severo. Dio dichiara di detestare feste, sacrifici, canti e musiche quando essi non sono accompagnati da una vita giusta. Il culto perde valore se rimane separato dall’amore verso il prossimo. Per questo il profeta contrappone al «frastuono» delle celebrazioni l’immagine potente dell’acqua: «Scorra il diritto come l’acqua e la giustizia come un torrente perenne». La vera liturgia gradita a Dio consiste in una società riconciliata, nella tutela dei più deboli e nell’esercizio quotidiano della giustizia.
Il messaggio di Amos conserva tutta la sua attualità. Anche il cristiano è chiamato a verificare continuamente l’unità tra preghiera e vita, tra Eucaristia e carità, tra professione di fede e scelte concrete. Solo quando il culto conduce alla giustizia e all’amore del prossimo esso diventa autentico incontro con il Signore, anticipando quanto Gesù stesso insegnerà: il vero culto è quello «in spirito e verità» (Gv 4,21-24), nel quale l’adorazione di Dio si traduce in una vita trasformata dal Vangelo

Salmo responsoriale Sal 49
A chi cammina per la retta via mostrerò la salvezza di Dio.

Ascolta, popolo mio, voglio parlare,
testimonierò contro di te, Israele!
Io sono Dio, il tuo Dio!
Non ti rimprovero per i tuoi sacrifici,
i tuoi olocàusti mi stanno sempre davanti.
Non prenderò vitelli dalla tua casa
né capri dai tuoi ovili.
Sono mie tutte le bestie della foresta,
animali a migliaia sui monti.
Conosco tutti gli uccelli del cielo,
è mio ciò che si muove nella campagna.
Se avessi fame, non te lo direi:
mio è il mondo e quanto contiene.
Mangerò forse la carne dei tori?
Berrò forse il sangue dei capri?
Perché vai ripetendo i miei decreti
e hai sempre in bocca la mia alleanza,
tu che hai in odio la disciplina
e le mie parole ti getti alle spalle?

Il culto che nasce dall’obbedienza
Il Salmo 49 (50) appartiene ai grandi salmi profetici del Salterio. In esso Dio si presenta come il giudice del suo popolo e convoca Israele per verificare l’autenticità della sua alleanza. Il Signore non contesta la pratica dei sacrifici in sé, ma denuncia l’illusione di chi pensa di poterlo onorare con riti esteriori, mentre il cuore rimane lontano da lui e la vita contraddice la sua Parola. Tutto appartiene a Dio: egli non ha bisogno delle offerte dell’uomo, ma desidera una relazione fondata sull’ascolto, sull’obbedienza e sulla fedeltà. Nel contesto del Salterio questo salmo rappresenta una delle espressioni più alte della spiritualità biblica, nella quale il culto trova il suo compimento nella conversione del cuore. La vera liturgia consiste nel riconoscere la sovranità di Dio e nel vivere secondo la sua volontà, perché «a chi cammina per la retta via mostrerò la salvezza di Dio». Il profeta denuncia il «frastuono» di un culto privo di giustizia, mentre il salmo ne svela la radice più profonda: non basta pronunciare l’alleanza con le labbra se poi si respinge la disciplina del Signore e si getta alle spalle la sua Parola. Amos chiede che il diritto e la giustizia scorrano come un torrente perenne; il salmista mostra che questo è il culto gradito a Dio. La liturgia autentica nasce infatti da una vita trasformata dalla grazia, nella quale l’adorazione si prolunga nella rettitudine delle scelte, nella fedeltà all’alleanza e nell’amore concreto verso il prossimo. Solo così il sacrificio offerto nel tempio diventa espressione di un cuore che appartiene realmente al Signore.

Dal Vangelo secondo Matteo Mt 8,28-34
Sei venuto qui a tormentarci prima del tempo?

In quel tempo, giunto Gesù all’altra riva, nel paese dei Gadarèni, due indemoniati, uscendo dai sepolcri, gli andarono incontro; erano tanto furiosi che nessuno poteva passare per quella strada. Ed ecco, si misero a gridare: «Che vuoi da noi, Figlio di Dio? Sei venuto qui a tormentarci prima del tempo?».
A qualche distanza da loro c’era una numerosa mandria di porci al pascolo; e i demòni lo scongiuravano dicendo: «Se ci scacci, mandaci nella mandria dei porci». Egli disse loro: «Andate!». Ed essi uscirono, ed entrarono nei porci: ed ecco, tutta la mandria si precipitò giù dalla rupe nel mare e morirono nelle acque.
I mandriani allora fuggirono e, entrati in città, raccontarono ogni cosa e anche il fatto degli indemoniati. Tutta la città allora uscì incontro a Gesù: quando lo videro, lo pregarono di allontanarsi dal loro territorio.

Convenienza è connivenza
Giunto alla riva del paese dei Gadareni, abitato in gran parte da pagani, Gesù è costretto a fermarsi vicino alle sponde del lago senza poter entrare in città. Dapprima gli vengono incontro due indemoniati, padroni della strada, che non permettevano a nessuno di passare, e alla fine è tutta la città ad uscire, non per accogliere Gesù come il liberatore dell’uomo, ma per cacciarlo via, anche se con toni di supplica. Gesù appare agli occhi dei due indemoniati come il Giudice che viene finalmente a mettere la parola fine al male che abbruttisce gli uomini rendendoli furiosi come bestie. L’aggressività è sfoderata dall’orgoglio come un’arma per difendere il proprio potere e impedire ad altri di metterlo in discussione o ridimensionarlo.
La vicenda dei demoni, che chiedono a Gesù il permesso di andare nella mandria dei porci che era al pascolo, ci fa comprendere che il male può entrare dentro di noi solo se c’è il nostro consenso. In realtà c’è un altro modo per accogliere Satana dentro di sé: rifiutare di lasciarsi visitare da Gesù che viene non per rovinare ma per salvare. La fede è una questione di prospettiva. Se assumiamo il punto di vista di chi reputa che abbia più valore una mandria di porci piuttosto che due uomini liberati dal male, allora imputeremo la rovina dei nostri progetti a Dio e non vorremmo sapere più nulla di Lui, magari però rimendo formalmente rispettosi delle tradizioni. Invece di arrenderci al suo amore noi tentiamo una difesa folle, sbagliando obbiettivo.
Gesù sembra non svolgere un ruolo attivo nella vicenda, anzi, pare che si limiti semplicemente ad assecondare la richiesta dei demoni. Ciò che li turba non è una qualche parola o una azione particolare, ma la sua sola presenza. Anche davanti alla richiesta dei cittadini, che nei fatti sposano il punto di vista degli indemoniati, Gesù non oppone resistenza.
La diffidenza nei confronti di Dio, e della Chiesa, nasce dal pregiudizio che falsa anche la verità dei fatti, i quali già da soli indicano alla ragione degli uomini che il Giudice non viene per condannare ma per salvare. Urge un cambiamento di mentalità che non identifichi il male con Dio, che a volte presumiamo sia nostro concorrente, ma che riconosca nelle crisi, anche quelle scatenate dal Maligno, la sua mano che si avvicina all’uomo per salvarlo e non per rovinarlo.
Questa vicenda propone degli interrogativi: Siamo veramente certi che vogliamo essere liberati dal male? Non è forse vero che ci abituiamo e ci affezioniamo al male al punto di conviverci? La convenienza è l’anticamera della connivenza col male che la Grazia di Dio da sola non riesce a sradicare dal cuore dell’uomo se lui non vuole farsi salvare.

Preghiamo
Signore Gesù, Luce divina che dirada le tenebre del peccato dietro cui si nasconde il maligno, fatti prossimo nella mia miseria e liberami dall’orgoglio che alimenta il pregiudizio, fomenta la diffidenza e carica di risentimento le parole offensive. Umanizzami con la tua Sapienza perché con l’intelligenza della fede sappia discernere il male da cui difendermi e il bene da accogliere. Che possa sentire la tua presenza non come uno schiavo che avverte sul collo il fiato del padrone ma come la brezza dello Spirito che ristora e consola i profeti lungo il duro cammino della loro missione.