La preghiera, voce della speranza, guarisce le infermità dell’anima – Venerdì della XII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

La preghiera, voce della speranza, guarisce le infermità dell’anima – Venerdì della XII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

25 Giugno 2026 0 Di Pasquale Giordano

Venerdì della XII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
2Re 25,1-12 Sal 136

Donaci, o Signore,
di vivere sempre nel timore e nell’amore per il tuo santo nome,
poiché tu non privi mai della tua guida
coloro che hai stabilito sulla roccia del tuo amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Dal secondo libro dei Re 2Re 25,1-12
Giuda fu deportato dalla sua terra.

Nell’anno nono del regno di Sedecìa, nel decimo mese, il dieci del mese, Nabucodònosor, re di Babilonia, con tutto il suo esercito arrivò a Gerusalemme, si accampò contro di essa e vi costruirono intorno opere d’assedio. La città rimase assediata fino all’undicesimo anno del re Sedecìa.
Al quarto mese, il nove del mese, quando la fame dominava la città e non c’era più pane per il popolo della terra, fu aperta una breccia nella città. Allora tutti i soldati fuggirono di notte per la via della porta tra le due mura, presso il giardino del re, e, mentre i Caldèi erano intorno alla città, presero la via dell’Aràba.
I soldati dei Caldèi inseguirono il re e lo raggiunsero nelle steppe di Gerico, mentre tutto il suo esercito si disperse, allontanandosi da lui. Presero il re e lo condussero dal re di Babilonia a Ribla; si pronunciò la sentenza su di lui. I figli di Sedecìa furono ammazzati davanti ai suoi occhi; Nabucodònosor fece cavare gli occhi a Sedecìa, lo fece mettere in catene e lo condusse a Babilonia.
Il settimo giorno del quinto mese – era l’anno diciannovesimo del re Nabucodònosor, re di Babilonia – Nabuzaradàn, capo delle guardie, ufficiale del re di Babilonia, entrò in Gerusalemme. Egli incendiò il tempio del Signore e la reggia e tutte le case di Gerusalemme; diede alle fiamme anche tutte le case dei nobili. Tutto l’esercito dei Caldèi, che era con il capo delle guardie, demolì le mura intorno a Gerusalemme.
Nabuzaradàn, capo delle guardie, deportò il resto del popolo che era rimasto in città, i disertori che erano passati al re di Babilonia e il resto della moltitudine. Il capo delle guardie lasciò parte dei poveri della terra come vignaioli e come agricoltori.

La caduta di Gerusalemme: quando crollano le false sicurezze
La prima lettura racconta uno degli eventi più drammatici della storia d’Israele: la conquista di Gerusalemme da parte dei Babilonesi nel 587 a.C., la distruzione del tempio e la deportazione della popolazione. Si compie così il lungo processo di decadenza religiosa e politica del regno di Giuda, già denunciato dai profeti, in particolare da Geremia. La tragedia non è presentata semplicemente come una sconfitta militare, ma come la conseguenza dell’infedeltà all’alleanza. Il popolo aveva riposto la propria fiducia nelle alleanze politiche, nelle strategie umane e persino nel tempio, considerato una garanzia automatica della protezione divina.
La sorte di Sedecia diventa il simbolo del fallimento di una regalità incapace di ascoltare la parola di Dio. Tuttavia, proprio nel momento in cui tutto sembra perduto, si apre una nuova fase della storia della salvezza. L’esilio, infatti, non sarà soltanto una punizione, ma anche un tempo di purificazione e di rinnovamento della fede. Quando vengono meno le sicurezze umane, Israele è chiamato a riscoprire che la sua vera forza non risiede nelle istituzioni o nel potere, ma nella fedeltà del Signore.

Salmo responsoriale Sal 136
Mi si attacchi la lingua al palato se lascio cadere il tuo ricordo.

Lungo i fiumi di Babilonia,
là sedevamo e piangevamo
ricordandoci di Sion.
Ai salici di quella terra
appendemmo le nostre cetre.

Perché là ci chiedevano parole di canto
coloro che ci avevano deportato,
allegre canzoni, i nostri oppressori:
«Cantateci canti di Sion!».

Come cantare i canti del Signore
in terra straniera?
Se mi dimentico di te, Gerusalemme,
si dimentichi di me la mia destra.

Mi si attacchi la lingua al palato
se lascio cadere il tuo ricordo,
se non innalzo Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia.

La memoria che alimenta la speranza
Il Salmo 136 è il più celebre canto dell’esilio e dà voce al dolore dei deportati in Babilonia. Nel contesto del Salterio, esso appartiene ai salmi comunitari che nascono dall’esperienza della perdita e della nostalgia. Israele, lontano dalla sua terra e dal tempio, si interroga sulla propria identità e comprende che la fede non può essere ridotta a una realtà legata a un luogo o a una situazione favorevole. La memoria di Gerusalemme diventa il segno concreto della fedeltà a Dio e alle sue promesse. Il popolo esiliato rifiuta di dimenticare Sion perché dimenticare Gerusalemme significherebbe dimenticare l’alleanza e la propria vocazione. La sofferenza dell’esilio diventa così un atto di fede: anche se Dio sembra lontano, il suo popolo continua a ricordare le sue promesse e ad attendere il giorno della liberazione. La distruzione di Gerusalemme e la deportazione raccontate nel libro dei Re costituiscono il contesto storico da cui nasce il salmo. Le lacrime versate «lungo i fiumi di Babilonia» sono quelle degli uomini e delle donne che hanno visto il tempio incendiato, le mura abbattute e la propria patria perduta. Tuttavia, il salmo non si chiude nella disperazione: custodendo il ricordo di Gerusalemme, Israele mantiene viva la speranza che Dio non abbia abbandonato il suo popolo. La liturgia insegna così che la memoria delle opere di Dio è una forza spirituale che sostiene il credente nelle prove e gli permette di attendere con fiducia il compimento delle promesse divine.

Dal Vangelo secondo Matteo Mt 8,1-4
Se vuoi, puoi purificarmi.

Quando Gesù scese dal monte, molta folla lo seguì.
Ed ecco, si avvicinò un lebbroso, si prostrò davanti a lui e disse: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi».
Tese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio: sii purificato!». E subito la sua lebbra fu guarita.
Poi Gesù gli disse: «Guàrdati bene dal dirlo a qualcuno; va’ invece a mostrarti al sacerdote e presenta l’offerta prescritta da Mosè come testimonianza per loro».

La preghiera, voce della speranza, guarisce le infermità dell’anima
Gesù ha appena finito di parlare alla folla che si era radunata attorno a lui sul monte e subito gli si avvicina un lebbroso. La parola di Dio tocca il cuore dei più poveri, soprattutto di quelli che rifuggono dalla equazione per la quale malattia uguale punizione di Dio. Il Vangelo apre una breccia in quel sistema di regole nelle quali corriamo il rischio di rinchiudere la giustizia e che spesso diventa una cortina che crea separazione e discriminazione. La preghiera del lebbroso allarga ancora di più quell’apertura che la parola di Gesù ha operato dentro di lui. La preghiera è la voce della speranza. Il lebbroso è senza nome ad indicare il fatto che ciascuno può sentirsi rappresentato, soprattutto quando la propria vita sembra frantumarsi come la carne dell’infermo. Invece di chiudersi nel suo dolore e subire l’isolamento il lebbroso osa avvicinarsi e rivolgere una preghiera così pregna di umiltà e fiducia. Nella sua brevità è una preghiera perfetta perché da una parte si rispetta la volontà e la libertà dell’altro e in secondo luogo si esprime la fiducia non basata suoi propri meriti ma sulla bontà di Dio. Non è messa in dubbio né l’intenzione di Gesù né la sua capacità di guarirlo, ma dicendo «se vuoi» il lebbroso antepone al suo desiderio di purificazione la volontà di Dio. Se la lebbra come malattia del corpo è quasi universalmente debellata quella dello spirito invece è ancora presente e si manifesta drammaticamente in quei conflitti nei quali si arriva a mordersi e a sbranarsi tra fratelli. Potremmo avere una pelle curata, liscia e profumata, ma conservare nel cuore, come in una tomba, i pensieri giudicanti che consumano interiormente. Il gesto di Gesù, che rifugge ogni clamore e ostentazione, non mira solamente alla guarigione del corpo ma soprattutto ad integrarlo insieme all’anima e allo spirito. Sempre più spesso capita di sentirsi frantumati dentro, incapaci di rimettere insieme eventi, emozioni, pensieri, sentimenti che appaiono come pezzi di un vaso rotto. La vita spirituale, esperienza della riconciliazione operata da Dio, ci aiuta a riconciliarci con noi stessi per divenire nel mondo testimonianza veritiera della misericordia di Dio.

Preghiamo
Signore Gesù, medico dei corpi e maestro dello spirito, istruiscimi nella preghiera perché la bocca sia in sintonia con il cuore cosicché le parole comunichino umiltà, fiducia e speranza. Supera le barriere del pregiudizio innalzate dalla paura e dai sensi di colpa; la tua parola e i sacramenti possano sanare le infermità dello spirito per affrontare bene le prove della vita senza lasciarmi sopraffare dallo sconforto e dalla disperazione. Donami fiducia e umiltà nel credere che non solo Tu puoi guarirmi ma che Tu vuoi salvarmi e rendermi una persona felice.