L’attesa purifica il desiderio: dall’avere all’amare – NATIVITA’ DI SAN GIOVANNI BATTISTA (Messa della Vigilia)
NATIVITA’ DI SAN GIOVANNI BATTISTA (Messa della Vigilia)

Dio onnipotente,
concedi alla tua famiglia di camminare sulla via della salvezza
e di andare con serena fiducia,
sotto la guida di san Giovanni il Precursore,
incontro al Messia da lui predetto,
Gesù Cristo Signore nostro.
Egli è Dio, e vive e regna con te,
nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Dal libro del profeta Geremìa Ger 1,4-10
Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto.
Nei giorni del re Giosìa mi fu rivolta questa parola del Signore:
«Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto,
prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato;
ti ho stabilito profeta delle nazioni».
Risposi: «Ahimè, Signore Dio!
Ecco, io non so parlare, perché sono giovane».
Ma il Signore mi disse: «Non dire: “Sono giovane”.
Tu andrai da tutti coloro a cui ti manderò
e dirai tutto quello che io ti ordinerò.
Non aver paura di fronte a loro,
perché io sono con te per proteggerti».
Oracolo del Signore.
Il Signore stese la mano
e mi toccò la bocca,
e il Signore mi disse:
«Ecco, io metto le mie parole sulla tua bocca.
Vedi, oggi ti do autorità
sopra le nazioni e sopra i regni
per sradicare e demolire,
per distruggere e abbattere,
per edificare e piantare».
Geremia, uomo di Parola
Come ogni profeta, anche Geremia è uomo della Parola dalla quale sgorgano quelle dei suoi oracoli che si intrecciano con il racconto delle sue vicende personali. La missione profetica s’innesta profondamente nella vita di Geremia la cui vocazione abbraccia tutta la sua esistenza dall’origine fino al suo compimento. Il racconto della vocazione è in prima persona e inaugura quelle sezioni del libro che sono denominate «confessioni» nelle quali il profeta racconta dal suo punto di vista la missione che, spesso suo malgrado, segna la sua esistenza. Probabilmente la vocazione è un racconto posteriore, quasi fosse uno sguardo retrospettivo che ancora alla Parola di Dio le parole profetiche. L’atto di parola dice innanzitutto una relazione. Essa mette in connessione Dio e Geremia e avviene per iniziativa del Signore. È Lui, infatti, il soggetto primo del parlare e del relazionarsi. La sua Parola è la prima e l’ultima, quella da cui tutto ha origine e nella quale tutto ha il suo compimento. La relazione con Geremia è sì personale, ma al contempo nel profeta è coinvolto tutto il popolo. Geremia, quale «consacrato» che appartiene a Dio è il segno della relazione che Dio vuole avere con Israele; come Israelita rappresenta il popolo che è chiamato da Dio a vivere un rapporto di alleanza con Lui. Nella persona di Geremia trova una mirabile sintesi il dramma di amore di Dio che vuole amare e salvare Israele e quest’ultimo che attraversa il dramma di un rapporto che si deteriora a causa della sua immaturità. Nel racconto della vocazione di Geremia è anticipata la dinamica della speranza che determina la storia della salvezza: la Parola di Dio penetra nella vita di chi l’ascolta trasformandola in segno dell’amore fedele di Dio.
Salmo responsoriale Sal 70
Dal grembo di mia madre sei tu il mio sostegno.
In te, Signore, mi sono rifugiato,
mai sarò deluso.
Per la tua giustizia, liberami e difendimi,
tendi a me il tuo orecchio e salvami.
Sii tu la mia roccia,
una dimora sempre accessibile;
hai deciso di darmi salvezza:
davvero mia rupe e mia fortezza tu sei!
Mio Dio, liberami dalle mani del malvagio.
Sei tu, mio Signore, la mia speranza,
la mia fiducia, Signore, fin dalla mia giovinezza.
Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno,
dal seno di mia madre sei tu il mio sostegno.
La mia bocca racconterà la tua giustizia,
ogni giorno la tua salvezza.
Fin dalla giovinezza, o Dio, mi hai istruito
e oggi ancora proclamo le tue meraviglie.
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo 1Pt 1,8-12
Su questa salvezza indagarono e scrutarono i profeti.
Carissimi, voi amate Gesù Cristo, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime.
Su questa salvezza indagarono e scrutarono i profeti, che preannunciavano la grazia a voi destinata; essi cercavano di sapere quale momento o quali circostanze indicasse lo Spirito di Cristo che era in loro, quando prediceva le sofferenze destinate a Cristo e le glorie che le avrebbero seguite. A loro fu rivelato che, non per se stessi, ma per voi erano servitori di quelle cose che ora vi sono annunciate per mezzo di coloro che vi hanno portato il Vangelo mediante lo Spirito Santo, mandato dal cielo: cose nelle quali gli angeli desiderano fissare lo sguardo.
Puntare in alto verso la santità
L’apostolo Pietro invita i credenti a leggere la storia con gli occhi della fede, riconoscendo il filo che unisce le antiche promesse dei profeti al loro compimento in Gesù Cristo. Nella sua Pasqua di morte e risurrezione, il Signore rivela che Dio guida la storia non secondo il caso o il capriccio, ma secondo un progetto di salvezza fondato sull’amore. Per questo i cristiani, pur attraversando prove e sofferenze, sono chiamati a non lasciarsi sedurre da facili compromessi o da gratificazioni immediate. La santità, che è la stessa vita di Dio donata agli uomini, rappresenta la meta alta del cammino cristiano. Illuminati dalla Parola e guidati dallo Spirito Santo, i fedeli sono esortati a tenere fisso lo sguardo su Cristo e a crescere nelle virtù che edificano la comunione, nella certezza che le promesse del Signore trovano in lui il loro pieno compimento.
Dal Vangelo secondo Luca Lc 1,5-17
Ti darà un figlio e tu lo chiamerai Giovanni.
Al tempo di Erode, re della Giudea, vi era un sacerdote di nome Zaccarìa, della classe di Abìa, che aveva in moglie una discendente di Aronne, di nome Elisabetta. Ambedue erano giusti davanti a Dio e osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. Essi non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni.
Avvenne che, mentre Zaccarìa svolgeva le sue funzioni sacerdotali davanti al Signore durante il turno della sua classe, gli toccò in sorte, secondo l’usanza del servizio sacerdotale, di entrare nel tempio del Signore per fare l’offerta dell’incenso. Fuori, tutta l’assemblea del popolo stava pregando nell’ora dell’incenso.
Apparve a lui un angelo del Signore, ritto alla destra dell’altare dell’incenso. Quando lo vide, Zaccarìa si turbò e fu preso da timore. Ma l’angelo gli disse: «Non temere, Zaccarìa, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, e tu lo chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza, e molti si rallegreranno della sua nascita, perché egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà colmato di Spirito Santo fin dal seno di sua madre e ricondurrà molti figli d’Israele al Signore loro Dio. Egli camminerà innanzi a lui con lo spirito e la potenza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto».
L’attesa purifica il desiderio: dall’avere all’amare
Il vangelo di Luca si apre con la presentazione di una coppia di anziani, Zaccaria ed Elisabetta, entrambi di famiglia sacerdotale. Erano stretti osservanti della legge, ma anche stigmatizzati dal fatto di non aver avuto figli perché Elisabetta era sterile. La loro età ormai avanzata aveva spento ogni umana speranza di avere un figlio, ma non era diminuita la loro fiducia in Dio, infatti, nonostante tutto, custodivano la sua promessa: siate fecondi, crescete e moltiplicatevi. Dio è fedele alle sue promesse, ma a modo suo! Perché tarda a realizzarle, perché far attendere tanti anni prima di donare loro il figlio tanto desiderato? L’attesa purifica il desiderio e prepara chi riceve il dono a offrirlo a sua volta, e non a trattenerlo per sé. Attraverso l’attesa Dio ci educa a desiderare, affinché il desiderio dia forma ad un progetto di vita non centrato su di sé ma sull’altro. Il desiderio allora non coinciderà con il bisogno, ma si concretizzerà in un progetto di cura paziente e amorevole dell’altro. Il fine del prendersi cura non è semplicemente fare qualcosa per l’altro, ma fare qualcosa perché l’altro realizzi se stesso, la sua vocazione, quello per cui Dio lo ha creato e me lo ha donato in custodia. Arriva il momento del lasciare andare, in cui se anche si crea una distanza, l’altro è custodito nel cuore. Come la terra che trattiene e custodisce l’acqua diventa feconda, così la persona che custodisce la promessa di Dio nel cuore può generare vita.
Preghiamo
Signore Dio, misericordioso e giusto, mi hai fatto perché potessi amarti come Tu mi ami. Tieni vivo nel mio cuore il ricordo della tua promessa; sia essa quella piccola fiamma che mi conforta nella stanchezza, che mi riscalda nella solitudine, che m’incoraggia nelle sconfitte, che mi rialza una volta caduto. Che la mia parola, purificata dall’orgoglio e dalla rabbia, possa comunicare la tua benedizione.
