Coltivare i germogli della vita nuova – Mercoledì della IX settimana del Tempo Ordinario (Anno pari) – San Carlo Lwanga e compagni

Coltivare i germogli della vita nuova – Mercoledì della IX settimana del Tempo Ordinario (Anno pari) – San Carlo Lwanga e compagni

2 Giugno 2026 0 Di Pasquale Giordano

Mercoledì della IX settimana del Tempo Ordinario (Anno pari) – San Carlo Lwanga e compagni
2Tm 1,1-3.6-12 Sal 122

O Dio,
che nel sangue dei martiri hai posto il seme di nuovi cristiani,
concedi che il campo della tua Chiesa,
irrigato dal sangue di san Carlo [Lwanga]
e dei suoi compagni,
produca una messe sempre più abbondante
a gloria del tuo nome.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo 2Tm 1,1-3.6-12
Ravviva il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani.

Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio e secondo la promessa della vita che è in Cristo Gesù, a Timòteo, figlio carissimo: grazia, misericordia e pace da parte di Dio Padre e di Cristo Gesù Signore nostro.
Rendo grazie a Dio che io servo, come i miei antenati, con coscienza pura, ricordandomi di te nelle mie preghiere sempre, notte e giorno.
Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza.
Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo.
Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo, per il quale io sono stato costituito messaggero, apostolo e maestro.
È questa la causa dei mali che soffro, ma non me ne vergogno: so infatti in chi ho posto la mia fede e sono convinto che egli è capace di custodire fino a quel giorno ciò che mi è stato affidato.

La fede, dono e ministero
Come ogni lettera inizia con un saluto da parte del mittente al destinatario. In questo caso chi scrive è Paolo che si presenta quale apostolo di Cristo Gesù, non per decisione sua ma per volontà di Dio che nel suo Figlio Gesù realizza la sua promessa di vita. Il destinatario della missiva non è una comunità ma Timoteo considerato dall’apostolo un figlio spirituale che benedice invocando su di lui il dono della grazia, della misericordia e della pace. Dopo il saluto benedicente, Paolo coinvolge il lettore della missiva nella sua preghiera di ringraziamento nella quale fa memoria grata del dono della fede fatta da Dio a Timoteo mediante l’imposizione delle mani dell’apostolo e la testimonianza della nonna e della madre. Paolo loda il Signore per le meraviglie di grazia che opera negli uomini e che contempla nella vita delle persone. Quale consolazione, per lui, che è in carcere, sapere che il Vangelo non è incarcerato ma si diffonde grazie a coloro che Dio chiama ad essere operai della parola. Un uomo così dinamico come Paolo dalla vita impara che la debolezza, l’impotenza e la sofferenza sono il mezzo che Dio ha scelto per evangelizzare. Le prove potrebbero spegnere il fuoco della fede e mortificare lo zelo apostolico. Ma è proprio nelle situazioni critiche, nelle quali si vive la grande tribolazione, che agisce con più determinazione la grazia, la misericordia e la pace di Dio affinché, partecipando più intimamente alla passione di Cristo, si possa essere in comunione con Lui nella risurrezione. La missione è sequela del Crocifisso Risorto, sospinti dalla forza dello Spirito, sulle strade del mondo per essere testimoni credibili del Signore e contagiare di gioia coloro che accolgono la fede e ne fanno uno stile di vita.

Salmo responsoriale Sal 122
A te, Signore, alzo i miei occhi.

A te alzo i miei occhi,
a te che siedi nei cieli.
Ecco, come gli occhi dei servi
alla mano dei loro padroni.
Come gli occhi di una schiava
alla mano della sua padrona,
così i nostri occhi al Signore nostro Dio,
finché abbia pietà di noi.

L’attesa fiduciosa del servo che guarda al Signore
Il Salmo 122 (123) appartiene alla raccolta dei “Canti delle Ascensioni” (Sal 120-134), una serie di salmi che accompagnavano il pellegrinaggio del popolo d’Israele verso Gerusalemme nelle grandi feste liturgiche. È una preghiera breve ma intensa, costruita attorno all’immagine del servo che tiene fisso lo sguardo sul suo padrone e dell’ancella che guarda alla mano della sua signora. Il salmista esprime così un atteggiamento di totale affidamento a Dio, riconosciuto come unica sorgente di aiuto e di misericordia.
L’assemblea è invitata a fare proprio lo stesso atteggiamento di fiducia che anima Paolo, il quale, pur trovandosi nella sofferenza e nella prigionia, non perde la speranza perché sa in chi ha posto la propria fede. Come il salmista alza gli occhi verso il cielo, così il credente è chiamato a orientare la propria vita verso il Signore, sorgente di forza e di consolazione.
Il nesso con la prima lettura emerge soprattutto nel tema della fiducia perseverante. Paolo esorta Timoteo a ravvivare il dono ricevuto e a non vergognarsi della testimonianza del Vangelo, perché Dio non ha dato uno spirito di timidezza ma di forza, amore e saggezza. Il salmo offre la risposta spirituale a questa esortazione: chi fissa lo sguardo sul Signore trova la forza per affrontare le prove e la certezza che la sua misericordia non verrà meno. La comunità cristiana, come Paolo e come il pellegrino del salmo, continua il suo cammino sostenuta dalla fiducia nel Dio fedele che accompagna i suoi servi lungo la storia.

Dal Vangelo secondo Marco Mc 12,18-27
Non è Dio dei morti, ma dei viventi!

In quel tempo, vennero da Gesù alcuni sadducei – i quali dicono che non c’è risurrezione – e lo interrogavano dicendo: «Maestro, Mosè ci ha lasciato scritto che, se muore il fratello di qualcuno e lascia la moglie senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello. C’erano sette fratelli: il primo prese moglie, morì e non lasciò discendenza. Allora la prese il secondo e morì senza lasciare discendenza; e il terzo egualmente, e nessuno dei sette lasciò discendenza. Alla fine, dopo tutti, morì anche la donna. Alla risurrezione, quando risorgeranno, di quale di loro sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie».
Rispose loro Gesù: «Non è forse per questo che siete in errore, perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio? Quando risorgeranno dai morti, infatti, non prenderanno né moglie né marito, ma saranno come angeli nei cieli. Riguardo al fatto che i morti risorgono, non avete letto nel libro di Mosè, nel racconto del roveto, come Dio gli parlò dicendo: “Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe”? Non è Dio dei morti, ma dei viventi! Voi siete in grave errore».

Coltivare i germogli della vita nuova
Dopo quella del tributo a Cesare a Gesù viene posta la questione della risurrezione dai morti dagli stessi sadducei che non vi credono. Infatti, partendo dal caso di una donna che sposa sette fratelli che muoiono uno alla volta senza lasciare discendenza, domandano a Gesù a quale dei fratelli ella apparterrà dato che tutti e sette l’hanno avuta in moglie. È un interrogativo posto nella consapevolezza del fatto che l’impossibilità a dare una risposta dimostra l’assurdità della tesi della risurrezione. In realtà non c’è risposta perché la domanda è assurda in quanto essi dimostrano di non conoscere le Scritture e la potenza di Dio. I sadducei, pur essendo appartenenti alla classe aristocratica dei sacerdoti, professano un ateismo pratico perché ripongono le loro speranze nel dio denaro il cui potere è esercitato solo in questa vita, che però ha termine. La risurrezione non è semplicemente la versione riveduta e corretta di questa vita ma un nuovo modo di vivere paragonato a quello degli angeli i quali sono al completo servizio di Dio. Nella risurrezione ciò che lega le persone non sono i rapporti di possesso ma relazioni di appartenenza reciproca nell’amore. Alla logica del prendere per possedere si sostituisce quella propria di Dio e dei suoi angeli che consiste nell’essere l’uno a servizio dell’altro. La risurrezione è il modello di vita a cui bisogna ispirarsi già oggi che siamo morituri. Credere nella risurrezione significa vivere la logica del dono e lo stile della comunione fraterna. Questa è la castità e la purezza del cuore a cui sono chiamati tutti, compresi i coniugi, ai quali non è imposta l’astensione dai rapporti sessuali, ma di vivere l’intimità come esperienza di comunione e di carità.

Preghiamo
Signore Gesù, nella tua risurrezione non indichi solo l’oltre tomba ma soprattutto una vita nuova caratterizzata dallo stile della carità fraterna. Aiutami a non aver paura della morte, non perché non abbia nulla da perdere, ma perché impari a donare quella stessa vita che la morte sembra togliermi e condividere la gioia che le sofferenze vorrebbero rubarmi insieme alla speranza. Insegnami a fare la tua volontà come gli angeli che sono al tuo servizio e mi custodiscono. Che possa trovare nella premura con la quale loro si prendono cura di me ispirazione per essere attento alle necessità dei miei fratelli e andare in loro aiuto senza pretendere nulla in cambio, ma solo per amore. Il tuo Spirito mi consoli nella prova e mi illumini perché non mi soffermi a contare i rami secchi caduti, ma abbia la gioia di coltivare i germogli della vita nuova.