La verità si scopre al di là del proprio naso – San Giuseppe Lavoratore
San Giuseppe Lavoratore
Gen 1,26-2,3 Sal 89 Mt 13,54-58: Non è costui il figlio del falegname?

O Dio, che hai chiamato l’uomo a cooperare con il lavoro
al disegno della tua creazione,
fa’ che per l’esempio e l’intercessione di san Giuseppe
siamo fedeli ai compiti che ci affidi,
e riceviamo la ricompensa che ci prometti.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Dal libro della Gènesi Gen 1,26-2,3
Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona.
Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».
E Dio creò l’uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò:
maschio e femmina li creò.
Dio li benedisse e Dio disse loro:
«Siate fecondi e moltiplicatevi,
riempite la terra e soggiogàtela,
dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo
e su ogni essere vivente che striscia sulla terra».
Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutti gli animali selvatici, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde». E così avvenne. Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno.
Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto. Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli aveva fatto creando.
Il vertice della creazione
Nel primo racconto della creazione il vertice si raggiunge con la creazione dell’uomo e della donna. Essi sono le uniche creature originate da una parola che Dio rivolge a sé: «Facciamo». L’uomo e la donna appaiono nella parola che rivela la volontà di Dio come partner di un’alleanza diversa da quella che la parola che instaurato con le altre creature. L’uomo e la donna sono costituiti “signori” della creazione. L’esercizio della signoria dell’uomo e della donna è il riflesso di quello di Dio sulla creazione. Il dominio non è sottomissione della creazione ai propri capricci, ma significa esercitare la stessa autorità di Dio, con Dio. L’alimentazione vegetariana è indice del fatto che nell’esercizio dell’autorità l’uomo e la donna non devono usare la violenza. Per vivere non devono uccidere gli animali, ma raccogliere ciò che la terra o gli animali stessi offrono. Dominare significa anche contenere la forza aggressiva che è insita nella natura e che, senza un controllo, riporterebbe tutto al caos originario. Violentare la natura significa turbare quell’equilibrio posto in essere dall’ordine creaturale che trova la sua origine nella volontà di Dio. L’uomo e la donna sono signori del creato nella misura in cui sono custodi e promotori della volontà di Dio. La benedizione che ricevono, e che li costituisce in autorità, deve tradursi in bene-dire e bene-fare affinché si realizzi anche il ben-essere di tutto il mondo.
Salmo responsoriale Sal 89
Rendi salda, Signore, l’opera delle nostre mani.
Prima che nascessero i monti
e la terra e il mondo fossero generati,
da sempre e per sempre tu sei, o Dio.
Tu fai ritornare l’uomo in polvere,
quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».
Mille anni, ai tuoi occhi,
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.
Insegnaci a contare i nostri giorni
e acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando?
Abbi pietà dei tuoi servi!
Saziaci al mattino con il tuo amore:
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Si manifesti ai tuoi servi la tua opera
e il tuo splendore ai loro figli.
La fragilità abitata da Dio
Il Salmo 89 appartiene al genere dei salmi sapienziali e di supplica, nei quali la riflessione sulla condizione umana si trasforma in preghiera. L’orante contempla il contrasto tra l’eternità di Dio e la fragilità dell’uomo, segnato dal tempo e dal limite: «ritornate, figli dell’uomo». Tuttavia, questa consapevolezza non conduce alla disperazione, ma diventa invocazione fiduciosa. Chiedere a Dio di “contare i nostri giorni” significa domandare una sapienza che orienti la vita e la renda feconda.
L’uomo, creato da Dio e posto al vertice del creato, riconosce di non essere padrone assoluto, ma creatura affidata al tempo e alla grazia. La preghiera «Rendi salda, Signore, l’opera delle nostre mani» esprime il desiderio che l’agire umano, fragile e limitato, sia sostenuto e compiuto dall’azione di Dio.
Se il racconto della creazione proclama la grandezza dell’uomo, creato a immagine di Dio e chiamato a custodire il mondo, il salmo ne ricorda il limite e la precarietà. L’uomo è insieme immagine di Dio e polvere, chiamato a dominare, ma non autosufficiente. Proprio in questa tensione si colloca la verità dell’esistenza; la signoria sull’opera creata si esercita autenticamente solo quando l’uomo riconosce che ogni sua opera ha bisogno di essere confermata da Dio. Così la creazione trova il suo compimento non nell’autonomia dell’uomo, ma nella sua alleanza fiduciosa con il Creatore, che solo può rendere stabile e buona l’opera delle sue mani.
Dal Vangelo secondo Matteo Mt 13,54-58
Non è costui il figlio del falegname? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?
In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.
La verità si scopre al di là del proprio naso
Il disprezzo e il rifiuto è l’epilogo di un amore malato. Nella sinagoga di Nazaret ognuno poteva vantare un legame di parentela o di amicizia o di semplice conoscenza con Gesù, tanto più per il fatto che la sua fama si era sparsa nei villaggi vicini. Un giovane ebreo originario della periferica Galilea e proveniente da un villaggio sconosciuto persino alle Scritture fa parlare di sé per la sapienza con cui insegna e la forza grazie alla quale compie prodigi. Il suo ritorno suscita interesse ma anche interrogativi perché chi lo conosce bene non si spiega come abbia acquisito quelle capacità nel parlare e nell’operare miracoli. Lo scandalo deriva dalla delusione di non vedere quei prodigi a cui si aspettavano di assistere dopo aver ascoltato. Ai compaesani di Gesù non basta la parola ma vogliono vedere i fatti perché non hanno compreso che il vero prodigio è la conversione. Ma esso non può avvenire se si rimane chiusi in schemi mentali che sono propri di circoli ristretti e settari. I nazionalismi e i familismi sono generati da una mentalità che favorisce il ripiegamento su sé stessi, la costruzione di barriere e confini per proteggersi e l’ansia di dover tener tutto sotto controllo. Presi dalla mania della verifica premiamo perché l’altro risponda alle proprie attese. L’amore malato cerca di possedere l’altro piegandolo alle proprie aspettative. Se non gli riesce la lusinga si trasforma in derisione e il vanto in disprezzo. Il vero miracolo avviene nel momento in cui riconosco che la verità risiede proprio nell’altra faccia della realtà, quella che è rimasta nell’ombra perché non l’ho voluta mai vedere. Senza lo stupore l’amore si corrompe e degenera nel suo contrario. Stupirsi significa andare sempre al di là delle certezze che portano il marchio della presunzione e del pregiudizio.
Preghiamo
Signore Gesù, profeta scomodo ma vero, non hai avuto paura di scontrarti con il pregiudizio, donami il coraggio di annunciare la parola di Dio anche negli ambienti familiari dove più forte è la tentazione di deludere e più facile il pericolo di essere fraintesi e derisi. Il rifiuto e la resistenza che incontro da coloro che meglio dovrebbero conoscermi e più convintamente sostenermi mi aiuti a riconoscere le mie rigidità e chiusure mentali che mi impediscono di scorgere nel fratello e nella sorella più bisognosi il tuo volto familiare. La tua parola faccia di me la profezia del tuo amore che, sebbene umiliato, porta molti frutti di grazia.
