L’amore di Dio è un fatto, non un concetto! – Mercoledì della II settimana di Pasqua

L’amore di Dio è un fatto, non un concetto! – Mercoledì della II settimana di Pasqua

14 Aprile 2026 0 Di Pasquale Giordano

Mercoledì della II settimana di Pasqua
At 5,17-26 Sal 33

O Padre, che nella Pasqua del tuo Figlio
hai ristabilito l’uomo nella dignità perduta
e gli hai dato la speranza della risurrezione,
fa’ che accogliamo nell’amore
il mistero celebrato ogni anno nella fede.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Dagli Atti degli Apostoli (At 5, 17-26)
Ecco, gli uomini che avete messo in carcere si trovano nel tempio a insegnare al popolo.

In quei giorni, si levò il sommo sacerdote con tutti quelli della sua parte, cioè la setta dei sadducèi, pieni di gelosia, e, presi gli apostoli, li gettarono nella prigione pubblica.
Ma, durante la notte, un angelo del Signore aprì le porte del carcere, li condusse fuori e disse: «Andate e proclamate al popolo, nel tempio, tutte queste parole di vita». Udito questo, entrarono nel tempio sul far del giorno e si misero a insegnare.
Quando arrivò il sommo sacerdote con quelli della sua parte, convocarono il sinedrio, cioè tutto il senato dei figli d’Israele; mandarono quindi a prelevare gli apostoli nella prigione. Ma gli inservienti, giunti sul posto, non li trovarono nel carcere e tornarono a riferire: «Abbiamo trovato la prigione scrupolosamente sbarrata e le guardie che stavano davanti alle porte, ma, quando abbiamo aperto, non vi abbiamo trovato nessuno».
Udite queste parole, il comandante delle guardie del tempio e i capi dei sacerdoti si domandavano perplessi a loro riguardo che cosa fosse successo. In quel momento arrivò un tale a riferire loro: «Ecco, gli uomini che avete messo in carcere si trovano nel tempio a insegnare al popolo».
Allora il comandante uscì con gli inservienti e li condusse via, ma senza violenza, per timore di essere lapidati dal popolo.

La parola di Dio “scatenata”
L’aneddoto raccontato da Luca mette in evidenza come l’evento della risurrezione sia vissuto dagli apostoli. Essi, come Gesù, subiscono la persecuzione col tentativo di essere messi a tacere. Come quella del Maestro, la loro parola non viene accolta dai dotti e sapienti, i quali cercano di silenziarla con metodi coercitivi. Ma la Parola di Dio non può essere “incatenata”! Ciò che l’uomo vorrebbe nascondere, Dio lo porta alla luce. Gli apostoli, condotti fuori dal carcere, vanno nel tempio annunciando la parola di Vita, così come Gesù, liberato dai vincoli della morte si rivela ai suoi apostoli mostrando loro la potenza di Dio e invitandoli ad aderire al vangelo con la vita. Dio sa come sorprenderci perché apre sempre una via per coloro che sono disposti a lasciarsi guidare dalla Parola e si fidano del Signore. Il Vangelo libera da ogni forma di costrizione a cui potremmo autocondannarci se dessimo più credito al giudizio degli altri piuttosto che alla voce di Dio. La liberazione e la guarigione è sempre finalizzata all’annuncio dell’amore potente di Dio perché tutti possano sperimentarlo e proclamarlo a loro volta. Questa pagina degli Atti degli Apostoli risulta essere anche un ammonimento a chi ha autorità nella Chiesa, perché non si chiuda mai la bocca a coloro che annunciano con la parola e le opere la potenza di Dio. La prima preoccupazione non deve essere quella di “custodire” la Chiesa e il tesoro della Tradizione quasi fosse un carcere, ma lo zelo richiesto ai capi comporta che essi siano aperti ad ascoltare e discernere le varie voci ed esperienze attraverso le quali lo Spirito Santo ancora oggi continua a parlare.

Salmo responsoriale Sal 33
Il povero grida e il Signore lo ascolta.

Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore:
i poveri ascoltino e si rallegrino.

Magnificate con me il Signore,
esaltiamo insieme il suo nome.
Ho cercato il Signore: mi ha risposto
e da ogni mia paura mi ha liberato.

Guardate a lui e sarete raggianti,
i vostri volti non dovranno arrossire.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta,
lo salva da tutte le sue angosce.

L’angelo del Signore si accampa
attorno a quelli che lo temono, e li libera.
Gustate e vedete com’è buono il Signore;
beato l’uomo che in lui si rifugia.

Il grido del povero e la liberazione di Dio
Il Salmo 33 è un salmo di lode individuale che si trasforma in testimonianza comunitaria. Nasce dall’esperienza personale della liberazione, ma si apre subito all’invito rivolto a tutti a riconoscere la bontà del Signore. Dal punto di vista letterario, è un salmo alfabetico, segno di una lode che vuole essere completa e ordinata, quasi a dire che tutta la vita – dalla A alla Z – è coinvolta nell’esperienza della salvezza. In ambito liturgico, esso accompagna frequentemente contesti pasquali, nei quali la liberazione operata da Dio diventa motivo di gioia condivisa.
Gli apostoli, imprigionati a causa dell’annuncio del Vangelo, fanno esperienza di una liberazione inattesa: Dio interviene e apre le porte del carcere. È la realizzazione vivente di quanto il salmista proclama: “Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo salva da tutte le sue angosce”. Gli apostoli sono “poveri” non tanto per condizione materiale, ma perché totalmente affidati a Dio, privi di ogni sicurezza umana.
Il riferimento all’“angelo del Signore che si accampa attorno a quelli che lo temono” illumina ulteriormente il racconto degli Atti, dove proprio un intervento angelico libera i discepoli. Non si tratta di un semplice prodigio, ma del segno che Dio veglia sui suoi e sostiene la missione della Chiesa.
Il salmo, tuttavia, non si limita a celebrare la liberazione, ma invita a “gustare e vedere com’è buono il Signore”. La salvezza non è solo un evento da ricordare, ma un’esperienza da vivere e condividere. Così gli apostoli, una volta liberati, non si nascondono, ma tornano nel tempio ad annunciare “parole di vita”.
In questa luce, il salmo diventa invito per la comunità credente a trasformare ogni prova in occasione di fiducia: chi si affida al Signore scopre che nessuna prigione può trattenere la forza della sua salvezza, e che il grido della fede si trasforma sempre in lode e testimonianza.

Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 3,16-21
Dio ha mandato il Figlio nel mondo, perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.
E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

L’amore di Dio è un fatto, non un concetto!
Il cuore pulsante della nostra fede sta nelle parole di Gesù a Nicodemo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito». L’amore di Dio è un dato di fatto e dunque è una verità, anzi la verità. Sulla croce Gesù non rivela un’idea, ma il cuore di Dio da cui promana la luce straordinaria del suo amore. La verità, nel linguaggio biblico, non è un concetto da capire ma è un evento da cui scaturisce la libertà, il bene, la gioia e quindi è una esperienza che segna l’esistenza, che dà forma alla vita. La verità è Dio all’opera, è Dio che ama. L’amore di Dio è fattivo e come tale genera la storia. La storia del mondo e quella di ciascuno ha la sua origine nel cuore amante di Dio. Dio ama l’uomo, ama me, non in astratto ma concretamente e realmente sacrificando la sua vita sull’altare della croce. Dalla croce di Cristo promana una luce perenne che mai si spegnerà. Verrà meno quella del sole ma non la luce di Dio, passerà questa terra e questo cielo, ma l’amore di Dio non passa.
Per mezzo di Gesù mi viene donata la vita eterna, ovvero l’amore che sana il mio amore che da fragile diventa resistente agli urti delle crisi e la mia debolezza si trasforma in forza che sostiene le relazioni personali. Credere significa uscire dalla paura, sensi di colpa e vergogna e lasciarsi attrarre dalla Luce che trafigge il buio interiore per venire allo scoperto ed esporsi ai raggi benefici del perdono di Dio. Chi accetta di lasciarsi amare dal Signore assiste alla guarigione del proprio cuore che è il miracolo più bello che un uomo possa vedere. Si sperimenta la bellezza della vita nuova, quella capace di generare pace, gioia e amicizia, che fiorisce tra i sassi delle tante difficoltà e tra le spine dolorose delle molte prove.

Preghiamo
Signore Gesù, dono d’amore di Dio, Padre tenerissimo e Madre piena di premura per i suoi figli, illumina il sentiero della mia vita, perché attratto dalla luce gentile della tua infinita misericordia, possa rispondere ogni giorno alla tua voce che mi invita a seguirti e stare con Te. Insegnami a discernere le illusioni dalle speranze, la vocazione all’amore dall’ambizione all’autorealizzazione. Aiutami ad infrangere gli specchi del mio narcisismo di cui mi circondo e ad amare il mondo nel quale abito non da straniero ma da custode. Ispirami sentimenti di compassione e amorevolezza verso i fratelli e le sorelle compagni nel comune cammino di fede e, se questo possa servire ad amarti e farti amare di più, rendimi pure meno angelico e più uomo.