La gioia del vangelo donato dai poveri – Sabato fra l’Ottava di Pasqua

La gioia del vangelo donato dai poveri – Sabato fra l’Ottava di Pasqua

9 Aprile 2026 0 Di Pasquale Giordano

Sabato fra l’Ottava di Pasqua
At 4,13-21 Sal 117 Mc 16,9-15

O Padre, che nella tua immensa bontà
estendi a tutti i popoli il dono della fede,
guarda i tuoi figli di elezione,
perché coloro che sono rinati nel Battesimo
siano rivestiti dell’immortalità beata.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Dagli Atti degli Apostoli (At 4,13-21)
Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato.

In quei giorni, i capi, gli anziani e gli scribi, vedendo la franchezza di Pietro e di Giovanni e rendendosi conto che erano persone semplici e senza istruzione, rimanevano stupiti e li riconoscevano come quelli che erano stati con Gesù. Vedendo poi in piedi, vicino a loro, l’uomo che era stato guarito, non sapevano che cosa replicare.
Li fecero uscire dal sinedrio e si misero a consultarsi fra loro dicendo: «Che cosa dobbiamo fare a questi uomini? Un segno evidente è avvenuto per opera loro; esso è diventato talmente noto a tutti gli abitanti di Gerusalemme che non possiamo negarlo. Ma perché non si divulghi maggiormente tra il popolo, proibiamo loro con minacce di parlare ancora ad alcuno in quel nome».
Li richiamarono e ordinarono loro di non parlare in alcun modo né di insegnare nel nome di Gesù. Ma Pietro e Giovanni replicarono: «Se sia giusto dinanzi a Dio obbedire a voi invece che a Dio, giudicatelo voi. Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato».
Quelli allora, dopo averli ulteriormente minacciati, non trovando in che modo poterli punire, li lasciarono andare a causa del popolo, perché tutti glorificavano Dio per l’accaduto.

Il coraggio di essere voce della Parola
I membri del sinedrio che stanno processando gli apostoli Pietro e Giovanni rimangono stupiti del modo con il quale essi non si lasciano intimidire dall’autorità, ma testimoniano la loro fede con coraggio e coerenza. Si rendono conto della portata dell’evento e del fatto che non si tratta di una dottrina imparata a memoria. Ma refrattari, come sono, ad ogni cambiamento, vorrebbero insabbiare tutto intimando il silenzio. Questo è il tipico atteggiamento di chi non accetta ciò che mette in discussione le proprie convinzioni di comodo per giustificare e mantenere una posizione di dominio. Tuttavia Pietro con forza afferma l’impossibilità di tacere la verità perché essa si impone da sé nella sua evidenza e trova sempre la sua strada. Il silenzio è la strategia di chi ha paura di perdere ciò che crede di possedere perché meritato, l’annuncio è invece la risposta al dono che Dio fa e che va condiviso perché sia efficace nel suo potere sanante. Ricevuto il dono della fede non lo si può nascondere, non si può tacere per opportunità, ma bisogna condividerlo nell’annuncio. Chiamati a rendere ragione della speranza che è in noi, non possiamo tacere o essere compiacenti, cioè dire o fare ciò che gli altri si aspettano; è necessario rispondere all’appello di Dio che chiede di essere profeta, voce della sua Parola, perché giunga ai cuori di ognuno. Non dobbiamo aver paura della nostra “impreparazione” perché come Pietro e Giovanni, lo Spirito Santo rende uomini semplici e insufficienti, apostoli e testimoni del Crocifisso Risorto.

Salmo responsoriale Sal 117
Ti rendo grazie, Signore, perché mi hai risposto.

Rendete grazie al Signore perché è buono,
perché il suo amore è per sempre.
Mia forza e mio canto è il Signore,
egli è stato la mia salvezza.
Grida di giubilo e di vittoria nelle tende dei giusti:
la destra del Signore ha fatto prodezze.

La destra del Signore si è innalzata,
la destra del Signore ha fatto prodezze.
Non morirò, ma resterò in vita
e annuncerò le opere del Signore.
Il Signore mi ha castigato duramente,
ma non mi ha consegnato alla morte.

Apritemi le porte della giustizia:
vi entrerò per ringraziare il Signore.
È questa la porta del Signore:
per essa entrano i giusti.
Ti rendo grazie, perché mi hai risposto,
perché sei stato la mia salvezza.

La lode diventa testimonianza
Il Salmo 117 è un inno di rendimento di grazie, nel quale l’orante proclama con gioia la salvezza ricevuta da Dio: «Ti rendo grazie, Signore, perché mi hai risposto». È un canto pasquale, segnato dal passaggio dalla prova alla liberazione; non è stato risparmiato il dolore, ma la morte non ha avuto l’ultima parola.
Negli Atti degli Apostoli, Pietro e Giovanni, minacciati e interrogati, affermano con coraggio: «Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato». Chi ha sperimentato la salvezza non può restare in silenzio, ma sente il bisogno di annunciare e rendere grazie.
Il versetto «Non morirò, ma resterò in vita e annuncerò le opere del Signore» esprime la dinamica della fede apostolica. Gli apostoli parlano perché sono stati raggiunti dalla vita nuova del Risorto. La loro parola nasce da un’esperienza: sono stati liberati dalla paura e resi testimoni. Così anche il salmista non si limita a riconoscere la salvezza, ma la proclama come missione.
L’immagine delle «porte della giustizia» illumina ulteriormente il legame con la prima lettura. Entrare per quelle porte significa accedere a una relazione nuova con Dio, fondata sulla sua salvezza. Pietro e Giovanni, pur davanti al rifiuto delle autorità, rimangono dentro questa relazione e non possono rinnegarla. La loro libertà nasce dall’appartenenza a Dio.
Infine, il salmo sottolinea che la salvezza è dono: «sei stato la mia salvezza». Non è frutto di capacità umane, ma opera di Dio. È questa consapevolezza che rende gli apostoli liberi e coraggiosi; essi non devono difendere sé stessi, ma testimoniare ciò che hanno ricevuto.
Così la fede autentica non può rimanere nascosta. La lode si trasforma in annuncio, la gratitudine diventa testimonianza. E anche nelle prove e nelle opposizioni, il cuore può continuare a cantare: il Signore ha risposto, il Signore salva, e per questo non possiamo tacere.

Dal Vangelo secondo Marco Mc 16,9-15
Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo.

Risorto al mattino, il primo giorno dopo il sabato, Gesù apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva scacciato sette demòni. Questa andò ad annunciarlo a quanti erano stati con lui ed erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo e che era stato visto da lei, non credettero.
Dopo questo, apparve sotto altro aspetto a due di loro, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch’essi ritornarono ad annunciarlo agli altri; ma non credettero neppure a loro.
Alla fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto. E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura».

La gioia del vangelo donato dai poveri
Originariamente il racconto di Marco si concludeva con la fuga delle donne dal sepolcro. Esse non riferiscono a nessuno il messaggio del giovinetto col quale annunciava la risurrezione di Gesù e l’appuntamento del Risorto dato a Pietro e agli altri discepoli in Galilea. Questa conclusione non convinceva molto per cui si sentì l’esigenza di aggiungere una seconda conclusione nella quale l’accento è posto sull’incredulità degli Undici apostoli alla testimonianza recata loro da Maria Maddalena e da altri due discepoli ai quali Gesù era apparso vivo. Tutto il racconto di Marco è caratterizzato dalla difficoltà degli apostoli di riconoscere la vera identità di Gesù. La poca fede va di pari passo con la graduale rivelazione di Gesù, il Figlio di Dio, che raggiungerà il suo culmine sulla croce. Lì la professione di fede è affidata nientemeno che ad un pagano e i primi evangelizzatori sono una donna e due contadini. La luce della Pasqua stenta a trovare spazio nel cuore degli apostoli che rimangono in lutto e in pianto. L’evangelista sembra dirci che non saremo mai donne e uomini pasquali se non ascoltiamo e condividiamo la gioia di coloro che realmente hanno fatto esperienza del Risorto. A volte siamo più gelosi custodi del dolore che cultori della speranza.
La mensa degli Undici, spenta e triste, assomiglia a tante nostre assemblee domenicali nelle quali più che respirare un’aria di festa e di fraternità si percepisce un clima carico di tensione. È bene vivere la celebrazione eucaristica domenicale innanzitutto riconoscendo con umiltà le nostre chiusure mentali e le lentezze del cuore che frenano l’entusiasmo e la creatività nel praticare la carità fraterna. Mi piace immaginare che Gesù abbia indotto gli apostoli, Pietro in primis, a chiedere scusa a Maria Maddalena e agli altri due discepoli, per il fatto di non aver creduto alla loro testimonianza. La riconciliazione è rinuncia al proprio orgoglio per condividere fraternamente il dono della fede e istruirsi a vicenda imparando la carità gli uni dagli altri. La Chiesa evangelizza e può andare credibilmente verso il mondo se innanzitutto si lascia evangelizzare dando la priorità all’ascolto di Gesù che ammaestra i suoi discepoli attraverso i poveri che sono sempre con loro.

Preghiamo
Signore Gesù, tu che scegli i piccoli ed esalti gli ultimi per insegnare le cose grandi a tutti, abbi pietà e perdona l’attaccamento alle mie miserie. Aiutami a distaccarmi dall’abitudine alla lamentela e al giudizio e donami l’umiltà di desiderare sempre di imparare e di crescere. Purificami dalla presunzione e liberami dal pregiudizio che mi impediscono di passare dalla tristezza del lutto alla gioia della Pasqua. Sciolto dalle catene del formalismo e delle rigidità ipocrite, possa andare incontro ad ogni fratello e sorella, non frenato dalla paura di non essere creduto, ma spinto dalla speranza di poter condividere con loro la vita nuova dei risorti.