L’inutile elemosina e la giusta misericordia – Giovedì della II settimana di Quaresima

L’inutile elemosina e la giusta misericordia – Giovedì della II settimana di Quaresima

2 Marzo 2026 0 Di Pasquale Giordano

Giovedì della II settimana di Quaresima
Ger 17,5-10 Sal 1

O Dio, che ami l’innocenza
e la ridoni a chi l’ha perduta,
volgi verso di te i nostri cuori
perché, animati dal tuo Spirito,
possiamo rimanere saldi nella fede
e operosi nella carità fraterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Dal libro del profeta Geremìa (Ger 17,5-10)
Maledetto chi confida nell’uomo; benedetto chi confida nel Signore.

Così dice il Signore:
«Maledetto l’uomo che confida nell’uomo,
e pone nella carne il suo sostegno,
allontanando il suo cuore dal Signore.
Sarà come un tamerisco nella steppa;
non vedrà venire il bene,
dimorerà in luoghi aridi nel deserto,
in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere.
Benedetto l’uomo che confida nel Signore
e il Signore è la sua fiducia.
È come un albero piantato lungo un corso d’acqua,
verso la corrente stende le radici;
non teme quando viene il caldo,
le sue foglie rimangono verdi,
nell’anno della siccità non si dà pena,
non smette di produrre frutti.
Niente è più infido del cuore
e difficilmente guarisce!
Chi lo può conoscere?
Io, il Signore, scruto la mente
e saggio i cuori,
per dare a ciascuno secondo la sua condotta,
secondo il frutto delle sue azioni».

Chi crede in Dio resta saldo nella prova
Le parole del profeta Geremia richiamano subito alla mente il portale d’ingresso del Libro dei Salmi. Infatti, nel Salmo 1 viene dichiarato beato l’uomo che non segue i consigli dei malvagi e non si conforma all’atteggiamento dei superbi, ma si lascia guidare dalla parola di Dio che medita nel cuore in ogni momento. Geremia definisce giusto l’uomo che confida in Dio e che trova in Lui la forza di superare ogni ostacolo. I due testi sono accomunati dalle immagini tratte dall’ambiente tipicamente mediorientale in cui si alternano paesaggi stepposi e oasi verdeggianti. La differenza la fa la presenza dell’acqua. Geremia giunge alla conclusione che Dio è come l’acqua, essenziale per la vita dell’uomo. Se egli custodisce nel cuore, come una cisterna, la Sua parola o fa scorrere dentro di sé la misericordia, la sua vita fiorisce e porta frutto in qualsiasi condizione, anche nella prova. Al contrario, colui che è pieno di sé ma vuoto di Dio non supera il tempo della prova finendo miseramente i suoi giorni.

Salmo responsoriale Sal 1
Beato l’uomo che confida nel Signore.

Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi,
non resta nella via dei peccatori
e non siede in compagnia degli arroganti,
ma nella legge del Signore trova la sua gioia,
la sua legge medita giorno e notte.

È come albero piantato lungo corsi d’acqua,
che dà frutto a suo tempo:
le sue foglie non appassiscono
e tutto quello che fa, riesce bene.

Non così, non così i malvagi,
ma come pula che il vento disperde;
poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti,
mentre la via dei malvagi va in rovina.

Radicati nella fiducia che dona vita
Il Salmo 1 illumina e riecheggia direttamente l’oracolo del profeta Geremia, riprendendone quasi le stesse immagini e portandole nella preghiera sapienziale d’Israele. Nella prima lettura il profeta contrappone due modi di vivere: confidare nell’uomo, che conduce alla sterilità del deserto, oppure confidare nel Signore, sorgente di vita che rende l’uomo stabile e fecondo anche nella prova.
Il salmo sviluppa questa stessa visione presentando il giusto come un albero piantato lungo corsi d’acqua. La beatitudine non nasce dal successo o dalla sicurezza umana, ma da un cuore radicato nella Parola di Dio, meditata e custodita continuamente. È la Parola che diventa acqua viva capace di nutrire l’esistenza e di sostenerla nei tempi di aridità.
Così il nesso tra le due letture sta nella fiducia riposta nel Signore che non elimina le difficoltà, ma dona profondità alle radici della vita. Chi si affida a Dio rimane saldo perché il Signore veglia sul suo cammino, mentre chi si chiude nell’autosufficienza finisce disperso come pula al vento. La vera stabilità dell’uomo nasce dunque da una relazione viva con Dio, unica sorgente che rende feconda l’esistenza.

Dal Vangelo secondo Luca Lc 16,19-31
Nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti.

In quel tempo, Gesù disse ai farisei:
«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe.
Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”.
Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”.
E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

L’inutile elemosina e la giusta misericordia
La parabola ha come soggetto principale un uomo ricco che conduceva una vita comoda e agiata. Un uomo che tutti avrebbero potuto dire fortunato o anche benedetto. Alla sua porta c’era un povero di nome Lazzaro, un misero mendicante, abbandonato da tutti, tranne dai cani che gli leccavano le ferite, che tutti avrebbero definito un uomo sfortunato. La morte accomuna i due uomini che la «sorte», così avrebbe potuto pensare qualcuno, aveva differenziato assegnando a uno i suoi beni e all’altro i suoi mali. Se la storia si fermasse qui sarebbe legittima la domanda: perché esiste l’ingiustizia, per cui c’è chi ha tanto e chi ha nulla, perché la vita è così iniqua che riserva la fortuna ad alcuni e la disgrazia ad altri?
In realtà la storia continua perché la morte ribalta la sorte per cui il povero Lazzaro entra ricco in cielo e il ricco si ritrova in mezzo ai tormenti degli inferi. Lì si ricorda di Lazzaro, che in vita aveva sempre ignorato, e gli chiede aiuto per alleviare le sue sofferenze. La risposta di Abramo rende esplicito il peccato del ricco. L’indifferenza crea un abisso incolmabile, facendo della differenza una distanza abissale. L’uomo ricco più che domandarsi come godere dei beni ricevuti, avrebbe dovuto interrogarsi su come impiegarli per il bene anche degli altri. La vita diventa ingiusta quando è goduta solo per sé stessi.
Se il ricco avesse rinunciato a qualche piacere avrebbe sentito un po’ della fame di Lazzaro e se avesse tolto qualcosa da sé avrebbe accorciato le distanze dal fratello. La morte ristabilisce la giustizia negata dagli uomini. Per cui il povero viene saziato dei beni che gli sono stati rifiutati e il ricco perde la vita che invece ha preteso di godere solo per sé.
Le briciole che cadono dalla tavola del ricco sono l’inutile elemosina di quelle persone che danno agli altri gli scarti, senza lasciarsi ferire dal dolore degli altri.
La carità è il compendio della Parola di Dio e della giustizia. Ascoltarla significa praticare la misericordia, ovvero rendere il cuore misero per fare proprio il dolore del fratello e condividerlo offrendo ciò che si ha e ciò che si è.

Preghiamo
Signore Gesù, tu che ti sei fatto povero per arricchirci e hai condiviso la fraternità per condurci tutti in Paradiso, scuotimi dal torpore dell’indifferenza e rendi il mio cuore sensibile al dolore del misero. Il mio occhio non si abitui a vedere scene di povertà ma illuminato dalla tua Parola sia attento a cogliere anche quelle nascoste per provarne compassione. Il mio orecchio non si stanchi di ascoltare il grido del misero ma con l’aiuto del tuo Spirito il mio cuore possa aprirsi ad accogliere il suo anelito e la mia voce si unisca alla sua per invocare giustizia. Le mie spalle non si alzino in segno di rassegnazione ma ti chiedo di renderle più forti perché possa farmi carico del peso dei miei fratelli più deboli e soli.