Questi fantasmi! – Venerdì della IV settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

Questi fantasmi! – Venerdì della IV settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

2 Febbraio 2026 0 Di Pasquale Giordano

Venerdì della IV settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

O Dio, forza di tutti i santi,
che hai chiamato alla gloria eterna san Paolo [Miki]
e i suoi compagni attraverso il martirio della croce,
concedi a noi, per loro intercessione,
di testimoniare con coraggio fino alla morte
la fede che professiamo.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Dal libro del Siràcide Sir 47,2-13
Davide cantò inni al Signore con tutto il suo cuore e amò colui che lo aveva creato.

Come dal sacrificio di comunione si preleva il grasso,
così Davide fu scelto tra i figli d’Israele.
Egli scherzò con leoni come con capretti,
con gli orsi come con agnelli.
Nella sua giovinezza non ha forse ucciso il gigante
e cancellato l’ignominia dal popolo,
alzando la mano con la pietra nella fionda
e abbattendo la tracotanza di Golìa?
Egli aveva invocato il Signore, l’Altissimo,
che concesse alla sua destra la forza
di eliminare un potente guerriero
e innalzare la potenza del suo popolo.
Così lo esaltarono per i suoi diecimila,
lo lodarono nelle benedizioni del Signore
offrendogli un diadema di gloria.
Egli infatti sterminò i nemici all’intorno
e annientò i Filistei, suoi avversari;
distrusse la loro potenza fino ad oggi.
In ogni sua opera celebrò il Santo,
l’Altissimo, con parole di lode;
cantò inni a lui con tutto il suo cuore
e amò colui che lo aveva creato.
Introdusse musici davanti all’altare
e con i loro suoni rese dolci le melodie.
Conferì splendore alle feste,
abbellì i giorni festivi fino alla perfezione,
facendo lodare il nome santo del Signore
ed echeggiare fin dal mattino il santuario.
Il Signore perdonò i suoi peccati,
innalzò la sua potenza per sempre,
gli concesse un’alleanza regale
e un trono di gloria in Israele.

Un cuore che diventa lode
Il Siràcide rilegge la figura di Davide con uno sguardo sapienziale e liturgico. Non racconta semplicemente fatti, ma interpreta una vita alla luce di Dio. Davide è scelto “come il grasso del sacrificio”: immagine forte, cultuale, che dice elezione gratuita e consacrazione. La sua forza non è autonoma né eroica in senso mondano: nasce dall’invocazione del Signore. Il gesto della fionda contro Golia non è l’apologia dell’astuzia umana, ma la confessione che la vittoria appartiene a Dio che “concede forza alla destra”.
Colpisce che, accanto alle imprese militari, il testo insista sul canto, sulla musica, sulla liturgia. Davide è ricordato non solo come guerriero, ma come uomo che ha saputo trasformare la vita in lode. Il suo cuore è il vero strumento: “cantò inni con tutto il suo cuore e amò colui che lo aveva creato”. La relazione precede l’azione, la lode interpreta la storia. Anche il peccato non viene negato, ma superato dal perdono che rinnova l’alleanza e rende stabile il trono.
Per il credente di oggi, Davide diventa una figura unificante: forza e fragilità, lotta e preghiera, caduta e misericordia. La vita non è sottratta al conflitto, ma è chiamata a diventare liturgia, spazio in cui Dio è riconosciuto come origine e compimento. Lodare Dio “fin dal mattino” significa imparare a leggere ogni giornata come dono, a lasciare che anche ciò che è incompiuto o ferito sia attraversato dalla grazia. In questo senso, la vera gloria non è l’assenza di limiti, ma un cuore che, nonostante tutto, continua ad amare il suo Creatore.

Salmo responsoriale Sal 17
Sia esaltato il Dio della mia salvezza.

La via di Dio è perfetta,
la parola del Signore è purificata nel fuoco;
egli è scudo per chi in lui si rifugia.

Viva il Signore e benedetta la mia roccia,
sia esaltato il Dio della mia salvezza.
Per questo, Signore, ti loderò tra le genti
e canterò inni al tuo nome.

Egli concede al suo re grandi vittorie,
si mostra fedele al suo consacrato,
a Davide e alla sua discendenza per sempre.

La lode che nasce dalla salvezza
Il Salmo 17(18) è un inno di ringraziamento regale che nasce dall’esperienza concreta di un uomo salvato, liberato dai nemici e sostenuto da Dio nella prova. Il salmo intreccia due fili inseparabili: la fedeltà di Dio e la risposta di lode dell’uomo. Dio è proclamato “roccia” e “scudo”, immagini che rimandano a una protezione affidabile, sperimentata nella storia e non solo proclamata con le labbra. La lode non è astratta ma sgorga da una salvezza vissuta.
Ben Sira rilegge la figura di Davide come uomo integrale, guerriero, re, ma soprattutto credente che «cantò inni al Signore con tutto il suo cuore». Il salmo dà voce a questa sintesi non attribuendo la vittoria all’abilità di Davide, ma all’intervento del Signore che “concede grandi vittorie al suo re”. La forza dell’unto nasce dall’essere rifugiato in Dio.
Il salmo chiarisce il senso profondo della regalità celebrata dal Siracide. Davide non è grande perché ha vinto, ma perché ha riconosciuto la fonte della salvezza e l’ha trasformata in lode. La fedeltà di Dio alla sua alleanza si prolunga «per sempre» nella discendenza, mentre la lode diventa la forma più vera della memoria; cantare Dio significa riconoscere che la storia, anche quando passa attraverso il combattimento, è abitata dalla sua grazia.

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 6,14-29)
Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto.

In quel tempo, il re Erode sentì parlare di Gesù, perché il suo nome era diventato famoso. Si diceva: «Giovanni il Battista è risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi». Altri invece dicevano: «È Elìa». Altri ancora dicevano: «È un profeta, come uno dei profeti». Ma Erode, al sentirne parlare, diceva: «Quel Giovanni che io ho fatto decapitare, è risorto!».
Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello». Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui; nell’ascoltarlo restava molto perplesso, tuttavia lo ascoltava volentieri.
Venne però il giorno propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per i più alti funzionari della sua corte, gli ufficiali dell’esercito e i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e piacque a Erode e ai commensali. Allora il re disse alla fanciulla: «Chiedimi quello che vuoi e io te lo darò». E le giurò più volte: «Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal re, fece la richiesta, dicendo: «Voglio che tu mi dia adesso, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento e dei commensali non volle opporle un rifiuto.
E subito il re mandò una guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. I discepoli di Giovanni, saputo il fatto, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro.

Questi fantasmi!
I prodigi compiuti da Gesù gli fanno guadagnare una fama tale che non si ferma tra il popolo ma raggiunge anche i palazzi del potere. Si moltiplicano le interpretazioni sulla identità reale del Nazareno ed Erode è convinto che lo spirito del Battista si sia incarnato in qualche modo in Gesù. Giovanni Battista incalza più da morto che da vivo. È il senso di colpa che grida dal fondo della sua coscienza che fa parlare Erode in quel modo. La coscienza è come la sala di regia. Da essa dipende la gestione delle nostre scelte. Spetta a noi decidere a chi affidare il comando della nostra coscienza, alla paura o alla fiducia. Erode è ossessionato da ciò che è avvenuto nel giorno in cui prima di farla perdere a Giovanni l’ha perduta lui la testa lasciandosi prendere dall’orgoglio prima e poi dalla paura. Può capitare a noi ciò che è accaduto ad Erode. La vicenda rivela che nessuno è il male assoluto e che in ciascuno, accanto alla tendenza al male c’è anche quella verso il bene. Erode, benché fosse oggetto di duri attacchi da parte del Battista a causa della sua condotta morale peccaminosa, faceva di tutto per proteggerlo dalle intenzioni omicide di sua moglie e lo ascoltava. Quello che Erode pensava fosse il suo punto di forza si rivela invece il suo punto debole. Egli che voleva difendere Giovanni non riesce a proteggere sé stesso. La troppa sicurezza di sé lo porta ad essere maggiormente vulnerabile e ricattabile. Ed è quello che accade nel giorno in cui pur di non perdere la faccia acconsente a far perdere la vita ad innocente. Il vero dramma è l’essere giudici implacabili di noi stessi. La coscienza guidata dalla paura ci condanna al rimorso. La mente si popola di fantasmi quanti sono i sensi di colpa che si moltiplicano facendo della vita un inferno insopportabile. Eppure una soluzione c’è: convertirsi alla misericordia. I discepoli di Giovanni diedero una sepoltura al suo corpo. Avere misericordia verso sé stessi significa affidare alla terra le proprie miserie, mettersi a nudo per lasciarsi riconciliare. In fondo il perdono è il dono più bello che ci può essere fatto nella vita. Questa è la verità che il cuore di ciascuno cerca ma che quello di Erode ha lasciato cadere nel vuoto.

Preghiamo
Signore Gesù, tocca e sana la mia coscienza liberandola dalla morsa della paura. Tu che sei l’amen di Dio aiutami a resistere ad ogni forma di orgoglio che mi induce a vivere come se tu non ci fossi e non mi amassi. La tua Parola apra ferite profonde nella mia presunzione di autosufficienza, metta in discussione i miei ambiziosi progetti egolatrici, riporti sul terreno del realismo le mie idee campate in aria. Il mio cuore possa rallegrarsi nel sentire la tua voce e la mia sia la testimonianza gioiosa di chi annuncia non il ritorno di un morto ma la presenza viva di te, Crocifisso Risorto.