Vita amata, Vita donata, Vita eterna – SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO B) – Lectio divina

Vita amata, Vita donata, Vita eterna – SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO B) – Lectio divina

27 Maggio 2024 0 Di Pasquale Giordano

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO B) – Lectio divina

Es 24,3-8   Sal 115   Eb 9,11-15  

Signore, che ci hai radunati intorno al tuo altare

per offrirti il sacrificio della nuova alleanza,

purifica i nostri cuori,

perché alla cena dell’Agnello

possiamo pregustare la Pasqua eterna

della Gerusalemme del cielo.

Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,

e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,

per tutti i secoli dei secoli.

Dal libro dell’Èsodo Es 24,3-8

Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi.

In quei giorni, Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme. Tutto il popolo rispose a una sola voce dicendo: «Tutti i comandamenti che il Signore ha dato, noi li eseguiremo!».

Mosè scrisse tutte le parole del Signore. Si alzò di buon mattino ed eresse un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù d’Israele. Incaricò alcuni giovani tra gli Israeliti di offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacrifici di comunione, per il Signore.

Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare. Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto».

Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!».

L’alleanza, parola data e sangue versato

Dopo il passaggio del Mar Rosso, nel quale Israele sperimentato la potenza di Dio, guidato da Mosè il popolo si mette in cammino verso il Monte Sinai dove il Signore aveva dato appuntamento. Dopo la sua manifestazione nell’evento della Pasqua, Dio interloquisce con Israele mediante Mosè al quale affida le Dieci Parole, il Decalogo, che funge da documento dell’Alleanza. Pur essendo un patto unilaterale, Dio non impone la sua scelta ma interpella il suo partner. La comunità degli Israeliti unanimemente accetta l’alleanza impegnandosi a realizzare tutti i comandamenti del Signore.

L’alleanza viene sancita attraverso un rito per conferire al patto il carattere di una relazione pubblica e duratura. Il rituale viene preparato con la erezione di dodici stele di pietra quante sono le tribù d’Israele. Le dodici stele di pietra indicano che l’alleanza coinvolge tutto Israele e l’intenzione di poggiare su basi solide questo rapporto che non è né formale né materiale ma prettamente personale come lo è la relazione familiare. Infatti, un ruolo fondamentale lo svolge il segno del sangue, ritenuto sede della vita. Il gesto di aspergere il sangue sull’altare, che rappresenta Dio, rivela che tra i due contraenti del patto di alleanza si stabilisce una relazione vitale. Dall’atto di rivolgere la parola, che ha un valore creativo, trae origine una storia d’amore. Essa richiede di essere sempre alimentata attraverso la prassi con cui si assimila lo stile di vita di Dio. L’obbedienza pratica della parola di Dio educa alla virtù dell’ascolto grazie alla quale s’interiorizza la sua volontà.

Il sangue è anche un segno profetico che anticipa il sacrificio di Cristo sulla croce con il quale, inaugurando la nuova ed eterna alleanza, si realizza la riconciliazione e la pace tra Dio e gli uomini.

Salmo responsoriale Sal 115

Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore.

Che cosa renderò al Signore,

per tutti i benefici che mi ha fatto?

Alzerò il calice della salvezza

e invocherò il nome del Signore.

Agli occhi del Signore è preziosa

la morte dei suoi fedeli.

Io sono tuo servo, figlio della tua schiava:

tu hai spezzato le mie catene.

A te offrirò un sacrificio di ringraziamento

e invocherò il nome del Signore.

Adempirò i miei voti al Signore

davanti a tutto il suo popolo.

Dalla lettera agli Ebrei Eb 9,11-15

Il sangue di Cristo purificherà la nostra coscienza.

Fratelli, Cristo è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione. Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna.

Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente?

Per questo egli è mediatore di un’alleanza nuova, perché, essendo intervenuta la sua morte in riscatto delle trasgressioni commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che era stata promessa.

Nuovo patto, nuovo rito

Gesù non è solo mediatore di una nuova ed eterna alleanza ma ha anche inaugurato un nuovo rito grazie al quale siamo santificati. Il sommo sacerdote nel “Giorno dell’Espiazione” entrava nella parte più sacra del tempio, costruito da uomini, portando il sangue dei sacrifici animali e ottenendo da Dio la purificazione dai peccati. In termini moderni potremmo dire che questo rito “resettava” il rapporto con Dio permettendo di ricominciare daccapo. La novità apportata da Gesù consiste nel fatto che Egli ha offerto il suo sangue, ovvero la sua stessa vita. Questo è avvenuto una volta per tutte affinché il perdono non sia semplicemente la cancellazione dei peccati, e il conseguente reintegro della relazione con Dio, ma sia un dono continuo dello Spirito grazie al quale la coscienza dell’uomo passi dall’essere incline al male e schiava della debolezza all’essere attratta dalla volontà del Signore e desiderosa di rispondere con fiducia alla Sua chiamata per servirlo.

+ Dal Vangelo secondo Marco Mc 14,12-16.22-26

Questo è il mio corpo. Questo è il mio sangue.

Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?».

Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi».

I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.

Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».

Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

LECTIO DIVINA

La pagina del vangelo scelta per la festa del Corpus Domini racconta il segno compiuto da Gesù nell’ultima cena nel contesto della festa della Pasqua chiamata anche degli Azzimi. Nel giorno in cui si immolavano gli agnelli al tempio per la Pasqua i discepoli chiedono a Gesù dove preparare il banchetto pasquale. Gesù dà istruzioni precise a due dei suoi discepoli: entrati in città devono seguire un uomo che porta una brocca d’acqua che li condurrà in una casa al cui padrone chiedere la disponibilità della sala al piano superiore dove poter mangiare la Pasqua. Tre elementi dobbiamo sottolineare. Il primo riguarda Gesù che appare sempre più protagonista attivo degli eventi anche se Giuda e i capi tramano alle sue spalle fino a determinarne la morte. Le parole di Gesù offrono indicazioni molto precise sul luogo e sulla modalità di preparare la cena pasquale. I discepoli non sono incaricati di cercare l’agnello da immolare al tempio, ma di preparare la stanza dove poter mangiare insieme la Pasqua. I discepoli devono predisporre soprattutto sé stessi vivendo gli eventi guidati dalla parola profetica di Gesù. Un terzo elemento di rilievo sono i personaggi a cui fa riferimento Gesù: l’uomo con la brocca d’acqua che viene incontro ai due discepoli e che indica loro la strada verso la casa, e il padrone che ha il compito di indicare la stanza al piano superiore dove preparare la cena. L’uomo con la brocca d’acqua è un segno per i discepoli. Probabilmente si tratta di un uomo appartenente alla comunità degli esseni che è una setta dalla forte connotazione spirituale ma anche critica nei confronti del tempio e dei sacerdoti.

Il brano liturgico è monco della pericope in cui, mentre si consuma la cena, Gesù svela il suo destino di morte e annuncia il tradimento per mano di uno dei Dodici (vv. 17-21). Il suo obbiettivo è quello di presentare quanto sta per accadere. Si sottolinea la rottura che avviene tra «uno di voi» e la comunità. La rivelazione, fatta in un contesto conviviale che vorrebbe esprimere la comunione dei suoi membri, ha un effetto deflagrante perché mette in luce una frattura che è nascosta sotto la formalità del rito. Cosa ne sarà del messaggio di speranza che i Dodici, nel loro insieme, dovevano offrire al popolo d’Israele? Il contesto contrasta nettamente con la speranza che nutrivano i discepoli. Mentre, secondo le aspettative messianiche dell’epoca, si coltivava la speranza che gli avversari sarebbero stati messi nelle mani del Cristo glorioso e vincitore, Gesù annuncia che il suo destino è quello del Figlio dell’uomo consegnato nelle mani dei nemici, in conformità a quanto predetto dai profeti. La Pasqua era stata riempita di contenuti in linea con le speranze mondane di riscatto ed emancipazione, ma era stata al contempo svuotata del valore escatologico e salvifico, a cui invece avevano richiamato i profeti. Il segno di Gesù sul pane e sul vino riconduce il significato degli imminenti eventi pasquali, che lo vedono come protagonista, nel solco della rivelazione di Dio.

Il Maestro compie dei gesti rituali, dal valore profetico, a cui seguono parole che ne rivelano il senso programmatico. Durante la cena Gesù prende il pane azzimo, recita la preghiera di benedizione, lo spezza e lo distribuisce ai discepoli. Spezzare il pane non è tanto propedeutico al gesto della condivisione con i suoi, ma indica la consegna che Gesù fa di sé stesso nelle mani dei suoi uccisori e in quelle dei suoi discepoli. Lo spezzare il pane rivela la logica dell’amore che si attua nel dono di sé sulla croce. Il gesto d’intingere il boccone nel piatto del Maestro è il segno rivelatore del tradimento di Giuda che spezza il legame fraterno con Gesù e con gli altri discepoli. Lo spezzare il pane rivela che l’intenzione dell’azione di Gesù è quella di riunire tutti i membri della comunità nel vincolo dell’amore. Non il pane in quanto tale, ma quello spezzato da lui rende visibile la logica di vita che i discepoli sono invitati a condividere. Accettare l’offerta del pane spezzato comporta l’accoglienza del dono di Gesù che trasforma la vita rendendola a sua volta un dono per i fratelli. Nelle mani di Gesù i pani azzimi non sono solo il simbolo dell’afflizione superata dalla redenzione; non ricorda solamente l’umiliazione della schiavitù e la libertà operata con l’esodo. Il pane spezzato anticipa una novità che porta a compimento il progetto di Dio di fare con l’uomo un’alleanza nuova ed eterna. Infatti, il calice, sul quale Gesù pronuncia la preghiera di ringraziamento, è passato dai discepoli tra loro partendo da Gesù: tutti bevono allo stesso calice. Il calice del vino è il simbolo che anticipa il martirio cruento per mano del traditore, il cui valore risiede nelle parole di Gesù: è il sangue dell’alleanza (versato) per molti(tudine). Il richiamo è a Es 24,8 che leggiamo come prima lettura. Mosè versa il sangue sull’altare e ne asperge il popolo per indicare la stipula di un patto di vita tra Dio e Israele. Il sangue dell’alleanza non ha un valore espiatorio o di purificazione, ma di comunione, ovvero di adesione sponsale. Bere allo stesso calice significa accettare questa proposta di comunione che Dio fa all’uomo. La seconda lettura, tratta dalla lettera agli Ebrei legge nel sangue sparso sulla croce l’inaugurazione di un nuovo culto, quello mosso dallo Spirito, che, come per Gesù, non consiste nell’offrire carne e sangue di animali, ma la propria vita insieme a quella di Cristo. L’eucaristia è il nuovo rito nel quale si attualizza l’unico e definitivo sacrificio di Cristo che ha aperto la strada verso la vita eterna e il banchetto celeste.  

MEDITATIO

Vita amata, Vita donata, Vita eterna

Nella prima lettura, tratta dal Libro dell’Esodo, per ben due volte il popolo afferma con solennità l’intenzione di ascoltare e mettere in pratica le parole di Dio. Sono i comandamenti attraverso i quali il Signore offre la sua alleanza ad Israele che ha strappato dalla schiavitù d’Egitto e che sta per far entrare nella Terra Promessa. Lì il popolo potrà vivere a pieno la sua libertà mettendo in pratica le parole di Dio. Anche nel vangelo i discepoli chiedono istruzioni al Maestro sul luogo dove poter celebrare la Pasqua. Le indicazioni che ricevono i due discepoli da una parte rivelano che qualcosa è stata già preparata precedentemente e dall’altra parte che c’è qualcos’altro a cui devono pensare loro. Quando ascoltiamo e mettiamo in pratica la Parola di Dio ci prepariamo a vivere la Pasqua, ossia l’eucaristia, come evento di passaggio o, diremmo meglio, di trasformazione. Celebrando l’eucaristia anche noi saliamo «al piano superiore» lì dove la nostra vita, toccata dalla Grazia di Dio, fa un salto di qualità e diventa sempre di più vita eterna. Questo lo spiega e lo attua Gesù stesso con i gesti e le parole che compie durante l’ultima cena. Mentre è a mensa con i Dodici per celebrare la Pasqua ebraica, Gesù compie due gesti che rompono il rituale secolare: prende il pane azzimo, ovvero senza lievito, prega recitando una benedizione poi lo spezza e lo distribuisce ai discepoli dicendo: «Questo è il mio corpo!». Lo stesso fa con il calice del vino che fa passare perché tutti possano berne un sorso. Anche sul vino ha una parola: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti». Così facendo Gesù istituisce un nuovo rito col quale celebrare l’eucaristia e vivere in noi la sua Pasqua. Il pane spezzato e il calice colmo di vino sono i segni vivi che rendono presente Gesù nell’atto di donare la sua vita sulla croce e di versare il suo sangue perché la comunione con Dio possa diventare realtà ed essere pienamente sperimentata. Il pane e il vino dell’eucaristia non sono allegorie che rimandano ad un significato ulteriore, ma il tempo del verbo essere indica l’«ora» nella quale si rende presente Gesù nell’atto di donare la sua vita per unirci a lui in comunione con il Padre.

Nella Pasqua, così come avviene in ogni eucaristia, il protagonista unico e indiscusso è Gesù. Non solo invita al banchetto, ma lui stesso si offre come nutrimento e, bevendo al medesimo calice del vino, ci rende partecipe della sua gioia sponsale. Il banchetto è esperienza di festa non solamente intesa come appuntamento nel quale celebrare un fatto del passato, ma come evento che segna e trasforma la vita presente affinché sia compiuta nel giorno ultimo. Gesù ci trasforma in Lui stesso. Celebrando l’eucaristia e nutrendoci del corpo di Cristo diventiamo cristiani in quanto Cristo vive in noi. La comunione con Gesù apre all’azione dello Spirito Santo che fa di tutti i battezzati l’unico Corpo di Cristo, ognuno come un suo membro specifico. Non siamo aggregati come un corpo estraneo, ma come membra vive che sperimentano la comunione e la collaborazione con le altre per il bene integrale e totale del corpo. L’esperienza fatta nella Chiesa, Corpo di Cristo, insegna che nessuno può vivere per sé stesso ma ognuno sta bene se vive relazioni di comunione con gli altri. L’amore di comunione si vive seguendo i quattro verbi riferiti al pane azzimo, segno della vita di Gesù: prendere (ricevere), benedire, spezzare, dare. Gesù, mite e umile di cuore, ha rinunciato alla vendetta contro i suoi traditori e ad usare il suo «potere» per avere compassione dell’uomo peccatore e nutrire sentimenti di misericordia nei loro confronti. Nel gesto di prendere il pane leggiamo l’atteggiamento misericordioso di Gesù che si fa prossimo al peccatore, al malato, all’indemoniato, al ferito per prendersi cura di lui e farsi carico della sua sofferenza. Gesù condivide con noi la fatica del lavoro, soprattutto quello per tirare fuori l’uomo nuovo da quello vecchio pieno d’incrostazioni e durezze. La preghiera mette in collegamento il Cielo e la terra e Gesù, sospeso sulla croce e con le braccia stese sul legno del martirio è il ponte che unisce Dio e l’uomo. Lo spezzare il pane è segno del sacrificio che passa attraverso il dolore e la morte. Il tradimento di Giuda spezza la comunione, mentre nell’offerta della propria vita Gesù spezza sé stesso per sanare la rottura causata dal peccato e redime la morte che rompe i legami di fraternità. Nell’atto del dare il pane spezzato c’è un invito a noi ad accogliere la sua vita donata per continuare nella nostra lo stesso processo generativo di vita che necessariamente richiede di osservare tutti i passaggi operati da Gesù. In tal modo l’eucaristia assume il suo valore esistenziale che permette di amare la vita donandola e di vivere, anticipandolo nell’oggi, l’amore eterno.

ORATIO

Signore Gesù, Pastore buono,

che ti sei offerto Agnello pasquale

per la nostra redenzione,

raduni in unità il tuo gregge della Chiesa e

lo pasci dando Te stesso da mangiare,

ispirami sentimenti di obbedienza e mitezza,

di umiltà e semplicità di cuore perché,

partecipando al banchetto della tua Sapienza,

possa essere dispensatore del Pane della Parola.

Signore Gesù, Sposo dell’umanità,

che salendo sulla croce hai condiviso

con il povero la sua miseria e

con l’innocente l’ingiusta sofferenza,

donami, con il perdono dei peccati

e la gioia della riconciliazione,

la virtù della compassione

per farmi compagno con i miei fratelli

nel comune cammino di conversione.

Signore Gesù, Re potente e giusto,

Tu che risorgendo dai morti sei diventato per noi

Sommo Sacerdote misericordioso e fedele

e hai aperto a noi, tuoi fratelli, il passaggio al Cielo,

vieni ad abitare nel mio cuore e trasformami in Te

perché nel pane e nel vino posti sull’altare,

frutti della terra e della fatica di ogni giorno,

il mio ministero quotidiano

sia un’eterna benedizione

che sale al Padre come lode di ringraziamento e

che discende sui miei fratelli

come balsamo di misericordia. Amen.