Una casa in festa – Sabato della II settimana di Quaresima

Una casa in festa – Sabato della II settimana di Quaresima

25 Febbraio 2024 0 Di Pasquale Giordano

Sabato della II settimana di Quaresima

Mi 7,14-15.18-20   Sal 102  

O Dio, che con i tuoi gloriosi doni di salvezza

ci rendi partecipi sulla terra dei beni del cielo,

guidaci nelle vicende della vita

e accompagnaci alla splendida luce della tua dimora.

Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,

e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,

per tutti i secoli dei secoli.


Dal libro del profeta Michèa (Mi 7,14-15.18-20)

Il nostro Dio viene a salvarci.

Pasci il tuo popolo con la tua verga,

il gregge della tua eredità,

che sta solitario nella foresta

tra fertili campagne;

pascolino in Basan e in Gàlaad

come nei tempi antichi.

Come quando sei uscito dalla terra d’Egitto,

mostraci cose prodigiose.

Quale dio è come te,

che toglie l’iniquità e perdona il peccato

al resto della sua eredità?

Egli non serba per sempre la sua ira,

ma si compiace di manifestare il suo amore.

Egli tornerà ad avere pietà di noi,

calpesterà le nostre colpe.

Tu getterai in fondo al mare tutti i nostri peccati.

Conserverai a Giacobbe la tua fedeltà,

ad Abramo il tuo amore,

come hai giurato ai nostri padri

fin dai tempi antichi.

Autorità pastorale

Michea supplica il Signore di riprendere in mano il governo di Israele che è come gregge disperso nella foresta senza un pastore che lo guidi al pascolo. Dio è l’unico Pastore perché solo lui può perdonare il peccato in quanto il suo cuore è pieno di amore e benevolenza. Con il perdono Dio libera il cuore dell’uomo dal peccato che lo blocca impedendogli di obbedire alla Sua parola e di fare il bene. Il Custode d’Israele si prende cura del suo popolo perché, come un guerriero valoroso, combatte per noi contro il male che ci è ostile ed è come un pastore sollecito per il suo gregge che conserva nel cuore l’impegno a seguirlo nel suo cammino e aiutarlo a diventare grande nell’amore. Le parole del profeta Michea diventano preghiera sulle labbra di chi è costituito in autorità. Egli riconosce in Dio la fonte della propria autorità e al contempo chiede che le virtù pastorali del Signore siano anche in lui per essere strumento della volontà divina.

+ Dal Vangelo secondo Luca Lc 15,1-3.11-32

Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita.

In quel tempo, si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola:

«Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

La parabola raccontata da Gesù vede come protagonista un padre che ha due figli. Entrambi hanno una relazione complicata con il loro padre. Il figlio minore lascia la casa non prima di aver reclamato la sua parte di eredità, come se considerasse il padre già morto. Il maggiore rimane a casa ma considerandosi un semplice servo piuttosto che figlio. Come tale si aspettava di ricevere ogni tanto una ricompensa o una gratificazione per il suo costante e fedele servizio. Al centro del racconto vi è la festa organizzata dal padre per il figlio ritornato a casa pentito e che tutto si sarebbe aspettato tranne quell’epilogo meraviglioso. La realtà ha superato le sue più rosee aspettative. Possiamo immaginare la gioia mista a stupore del figlio nel vedersi riaccolto in casa non come servo ma come signore. La Pasqua, verso cui andiamo incontro, cosa è se non la festa che Dio prepara per chi ritorna a lui con cuore contrito. Il figlio minore non ha altro merito che essersi pentito. Lui, che ha sperimentato l’inganno delle ricchezze fino al punto di lambire la soglia della morte, torna indietro condotto dalla speranza di riconciliarsi con il padre ed essere accolto nuovamente in casa. Non importa con quale ruolo, ma l’essenziale è ritrovare una casa, una famiglia nella quale vivere. In fondo si realizza lo stesso desiderio del Padre: dare una casa ai propri figli e fare casa con loro. Quella di Dio è una casa in festa sempre aperta ad accogliere chi è mosso dal sincero bisogno di riconciliazione e di pace.

Anche il figlio maggiore ritorna. Egli viene dai campi e va verso casa, sì, ma non verso suo padre. La casa in festa non la sente più casa sua. Le parole che rivolge al padre rivelano la sua rabbia. È arrabbiato perché non si è mai visto riconoscere un premio per il servizio svolto con fatica e abnegazione e prova invidia per il fatto che il fratello, tornato a casa dopo essersi goduta la vita dilapidando il patrimonio, sia stato addirittura onorato con una festa in grande stile.

L’amore del padre all’inizio non viene compreso da nessuno dei due figli. Ma Dio, al contrario di ciò che pensa il figlio maggiore, non fa preferenze, ma è giusto e ama entrambi nello stesso modo. Il suo amore non cambia quando il figlio piccolo se ne va, ma lui lo sperimenta quando ritorna e si lascia abbracciare. Perdonare significa fare festa. La riconciliazione è l’esperienza dell’amore di Dio che mi viene incontro, mi invita ad entrare in casa e a fare festa con lui.

L’amore di Dio non si conquista e non si merita, ma lo si accoglie con umiltà e speranza come dono gratuito.

Signore Gesù, morendo sulla croce hai aperto la via del ritorno e hai spalancato le porte della casa del Padre. Anche quando, errando in cerca di libertà, mi allontano da Lui, voltando le spalle alla comunità che mi ha generato e cresciuto, Dio non mi abbandona, non smette di amarmi, non si stanca di aspettarmi per abbracciarmi. Metti nel mio cuore la nostalgia della fragranza del pane condiviso con i fratelli in semplicità, il gusto di vivere la gioia attorno alla stessa mensa paterna, la speranza di danzare in un unico abbraccio e il desiderio di formare un solo coro per intonare insieme l’inno alla Vita.