Tutti uguali davanti alla legge … dell’Amore – Mercoledì della XX settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

Tutti uguali davanti alla legge … dell’Amore – Mercoledì della XX settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

16 Agosto 2023 0 Di Pasquale Giordano

Mercoledì della XX settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

Gdc 9,6-15   Sal 20

O Dio, che hai preparato beni invisibili

per coloro che ti amano,

infondi nei nostri cuori la dolcezza del tuo amore,

perché, amandoti in ogni cosa e sopra ogni cosa,

otteniamo i beni da te promessi,

che superano ogni desiderio.

Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,

e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,

per tutti i secoli dei secoli.


Dal libro dei Giudici Gdc 9,6-15

Avete detto: Un re regni sopra di noi. Invece il Signore, vostro Dio, è vostro re.

In quei giorni, tutti i signori di Sichem e tutta Bet Millo si radunarono e andarono a proclamare re Abimèlec, presso la Quercia della Stele, che si trova a Sichem.

Ma Iotam, informato della cosa, andò a porsi sulla sommità del monte Garizìm e, alzando la voce, gridò: «Ascoltatemi, signori di Sichem, e Dio ascolterà voi!

Si misero in cammino gli alberi

per ungere un re su di essi.

Dissero all’ulivo:

“Regna su di noi”.

Rispose loro l’ulivo:

“Rinuncerò al mio olio,

grazie al quale

si onorano dèi e uomini,

e andrò a librarmi sugli alberi?”.

Dissero gli alberi al fico:

“Vieni tu, regna su di noi”.

Rispose loro il fico:

“Rinuncerò alla mia dolcezza

e al mio frutto squisito,

e andrò a librarmi sugli alberi?”.

Dissero gli alberi alla vite:

“Vieni tu, regna su di noi”.

Rispose loro la vite:

“Rinuncerò al mio mosto,

che allieta dèi e uomini,

e andrò a librarmi sugli alberi?”.

Dissero tutti gli alberi al rovo:

“Vieni tu, regna su di noi”.

Rispose il rovo agli alberi:

“Se davvero mi ungete re su di voi,

venite, rifugiatevi alla mia ombra;

se no, esca un fuoco dal rovo

e divori i cedri del Libano”».

L’autorità e il potere

La parabola, dalle immagini fiabesche, vuole mettere in evidenza la cecità degli Israeliti che rinnegano la Signoria di Dio per barattare la propria libertà con una parvenza di stabilità politica ed economica la cui speranza è riposta nelle mani degli uomini. Non si può esercitare l’autorità che sia veramente per il bene comune senza perdere qualcosa di sé, senza sacrificare ciò a cui si è attaccato il cuore. Il peccato d’Israele consiste nel rinnegamento di Dio e nel rifugiarsi in sicurezze umane ingannatrici. Si confonde l’autorità con il potere. Essi coincidono solo nella misura in cui sono a servizio del bene comune e non della propria vanagloria. La libertà e la felicità si giocano sulle scelte compiute che radicano la vita sulle sabbie mobili dell’avidità e dell’attaccamento alle ricchezze o sulla roccia dell’amore di Dio che educa a fare il bene compiendo opere di giustizia e di misericordia.

+ Dal Vangelo secondo Matteo Mt 20,1-16

Sei invidioso perché io sono buono?

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:

«Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.

Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.

Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.

Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

Tutti uguali davanti alla legge … dell’Amore

Quanto mutevole è il nostro modo di vedere la realtà e di interpretarla lo dimostra questa parabola nella quale da una parte c’è il padrone di una vigna che esce più volte lungo tutto l’arco della giornata per chiamare operai a lavorare nella sua vigna e dall’altra i lavoratori. Nel racconto avvengono due cose strane. La prima è il fatto che il padrone chiama a tutte le ore. Chiama fino alla fine e coinvolge tutti, anche chi è stato scartato dagli altri. La seconda è il modo con il quale paga la giornata di lavoro dimostrando che per lui non conta quanto ha lavorato un operaio ma che abbia accettato di servirlo. Questi due particolari rivelano la logica di Dio, l’unico buono, come Gesù aveva detto al giovane ricco. Dio ragiona secondo una logica che mette al centro la persona e non il Suo interesse perché ciò che gli sta a cuore non è il guadagno personale ma la nostra felicità che passa attraverso la soddisfazione dei bisogni più profondi. La ricompensa che il padrone offre agli operai è un insegnamento che, se colto, diventa un tesoro grandioso che supera le aspettative. Dio non fa torto a nessuno perché non cambia idea rispetto all’uomo. Egli lo ama a prescindere dai suoi meriti e continuamente lo chiama a servirlo. Se lo sguardo di Dio, che non guarda i meriti o le colpe, ma il bisogno dei suoi figli, non muta, assistiamo invece al cambiamento di faccia degli operai, quelli della prima ora che hanno affrontato la fatica della giornata non con spirito di gratitudine per essere stati chiamati, ma con la speranza legata alla ricompensa pattuita. Poi, vedendo che gli ultimi venivano pagati per primi, hanno immaginato di dover meritare di più di quanto pattuito. Quello che fa arrabbiare gli operai della prima ora è l’invidia che deforma la realtà. Per cui gli altri operai non sono visti come fratelli destinatari della comune eredità, ma con disprezzo perché paragonati a loro. Ciò che indigna è l’essere trattati alla stessa stregua di quelli che sono considerati i meno meritevoli. L’invidia prende il posto lasciato dalla gratitudine e la mormorazione quello abbandonato dalla preghiera. Ma quando facciamo tesoro della compassione ricevuta e lodiamo il Signore per la misericordia che ci ha usato ci appare chiaro che siamo tutti uguali davanti alla legge … dell’Amore.

Signore Gesù, Tu che passi lungo le strade degli uomini e li chiami alla tua sequela perché impegnino la loro vita per il Regno dei Cieli, accogli la supplica di chi è escluso a causa delle logiche utilitaristiche del mercato, che tratta la gente come merce, e raccogli gli scartati di una società che mette il profitto prima delle persone. Donami la gioia di lodarti con gratitudine perché non trovi spazio in me l’invidia che deforma la percezione della realtà e corrompe i sentimenti. La bontà del Padre, che si rivela nei tuoi gesti di amorevole compassione, illumini la mia mente affinché i miei pensieri non siano deviati dai ragionamenti egoistici ma mi mantengano fedele al servizio a cui il Signore mi ha chiamato per la Sua gloria e il bene dei fratelli.