Tasche vuote e cuore pieno di gioia – Lunedì della XX settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari) – San Pio X

Tasche vuote e cuore pieno di gioia – Lunedì della XX settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari) – San Pio X

16 Agosto 2023 0 Di Pasquale Giordano

Lunedì della XX settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari) – San Pio X

Gdc 2,11-19   Sal 105 

O Dio, che per difendere la fede cattolica

e ristabilire ogni cosa in Cristo

hai colmato di celeste sapienza

e di apostolica fortezza il santo papa Pio X,

fa’ che, seguendo il suo insegnamento e il suo esempio,

giungiamo al premio eterno.

Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,

e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,

per tutti i secoli dei secoli.


Dal libro dei Giudici Gdc 2,11-19

Il Signore fece sorgere dei giudici, ma neppure a loro davano ascolto.

In quei giorni, gli Israeliti fecero ciò che è male agli occhi del Signore e servirono i Baal; abbandonarono il Signore, Dio dei loro padri, che li aveva fatti uscire dalla terra d’Egitto, e seguirono altri dèi tra quelli dei popoli circostanti: si prostrarono davanti a loro e provocarono il Signore, abbandonarono il Signore e servirono Baal e le Astarti.

Allora si accese l’ira del Signore contro Israele e li mise in mano a predatori che li depredarono; li vendette ai nemici che stavano loro intorno, ed essi non potevano più tener testa ai nemici. In tutte le loro spedizioni la mano del Signore era per il male, contro di loro, come il Signore aveva detto, come il Signore aveva loro giurato: furono ridotti all’estremo.

Allora il Signore fece sorgere dei giudici, che li salvavano dalle mani di quelli che li depredavano. Ma neppure ai loro giudici davano ascolto, anzi si prostituivano ad altri dèi e si prostravano davanti a loro. Abbandonarono ben presto la via seguita dai loro padri, i quali avevano obbedito ai comandi del Signore: essi non fecero così.

Quando il Signore suscitava loro dei giudici, il Signore era con il giudice e li salvava dalla mano dei loro nemici durante tutta la vita del giudice, perché il Signore si muoveva a compassione per i loro gemiti davanti a quelli che li opprimevano e li maltrattavano. Ma quando il giudice moriva, tornavano a corrompersi più dei loro padri, seguendo altri dèi per servirli e prostrarsi davanti a loro: non desistevano dalle loro pratiche e dalla loro condotta ostinata.

La miseria d’Israele e la misericordia di Dio

I Giudici sono in Israele un’istituzione divina presente in un arco di tempo limitato che si estende dall’ingresso nella Terra promessa all’inizio della monarchia. Il cammino dell’esodo era stato caratterizzato dai segni compiuti da Dio per liberare Israele dalla schiavitù del faraone e condurlo alla terra promessa ai patriarchi, e le mormorazioni del popolo. Una volta stabiliti nella terra data loro dal Signore essi sono tentati di dimenticare Dio che li aveva salvati per rivolgere il cuore verso gli dei dei popoli pagani presso cui dimoravano. Dunque, Israele, invece di seguire il suo Dio e mettere in pratica la giustizia, piega il suo cuore verso gli dei stranieri rendendosi schiavi dei filistei. La fede degli Israeliti si indebolisce annacquandosi e perdendo la sua peculiarità. Per questo motivo la fragilità spirituale si traduce in vulnerabilità umana tale che con la fede che va spegnendosi il popolo perde anche la libertà. I Giudici sono espressione della misericordia di Dio che all’ira, quasi istintiva causata dall’infedeltà disastrosa di Israele, fa seguire subito il suo soccorso per restituire la dignità al popolo eletto. Ma gli Israeliti solo nella disperazione si rivolgono a Dio il quale rimane fedele al suo impegno d’amore nonostante quello del suo popolo è immaturo e opportunista.

+ Dal Vangelo secondo Matteo Mt 19,16-22

Se vuoi essere perfetto, vendi quello che possiedi e avrai un tesoro nel cielo.

In quel tempo, un tale si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?». Gli rispose: «Perché mi interroghi su ciò che è buono? Buono è uno solo. Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti». Gli chiese: «Quali?».

Gesù rispose: «Non ucciderai, non commetterai adulterio, non ruberai, non testimonierai il falso, onora il padre e la madre e amerai il prossimo tuo come te stesso». Il giovane gli disse: «Tutte queste cose le ho osservate; che altro mi manca?». Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; e vieni! Seguimi!».

Udita questa parola, il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze.

Tasche vuote e cuore pieno di gioia

Un giovane rivolge la domanda delle domande al Maestro. Il discepolo in erba sente il desiderio di diventare migliore e crede di poterlo essere esercitandosi nella pratica del bene. Probabilmente dentro di sé c’è l’aspirazione ad essere il migliore e a proporsi come modello per gli altri. Gesù corregge il tiro della sua domanda indicando in Dio l’unico modello della bontà perché Lui ne è la fonte. L’uomo che dialoga con il Maestro dimostra di cercare la via della perfezione e di identificare il fine con il mezzo. L’osservanza dei comandamenti è un mezzo per progredire e diventare persone migliori, capaci di entrare nel dialogo educativo con Dio. Infatti, la pratica dei comandamenti ha lo scopo di migliorare il modo con cui viviamo le relazioni affinché in esse possiamo trovare la felicità. La strada della felicità è un itinerario dell’anima che passa dalla gioia intesa come gratificazione a quella della gratuità. Praticando i comandamenti mi accorgo che la loro osservanza non colma il desiderio di felicità a cui il cuore anela. La proposta di Gesù è un invito a fare uno scatto in avanti, una scelta di libertà che faccia passare dall’amare la Legge all’amore di Dio. Tale passaggio può avvenire solamente mediante una rinuncia radicale ai beni affettivi ed effettivi la cui immagine ha preso il posto di Dio nel proprio cuore. I poveri sono i nostri veri padroni ai quali offrire il nostro servizio perché essi sono quelli che nulla possono contraccambiare. La felicità di questa pratica non consiste nel guadagno ma semplicemente nel dono vissuto come servizio gratuito. La perfezione consiste nel capovolgere la prospettiva dalla quale si guarda la vita. La felicità consiste proprio in ciò che manca al giovane, ovvero il motivo per cui vivere, il senso che dà forza al movimento o alla pratica dei comandamenti. S’impara ad essere felici quando si sceglie di assumere come ragione ultima della propria vita non l’avere ma il dare. Bisogna stare attenti ad un equivoco che Gesù chiarisce subito. Servire è donare, non prestare. Dunque, fin quando ci preoccuperemo di possedere, anche se con l’intenzione di dare, crederemo che dare amore significhi offrire ciò che ci appartiene. L’amore perfetto a cui Gesù vuole condurre è quello di chi ha le tasche vuote, come Lui stesso sulla croce, ed è pronto per donare tutto sé stesso e la sua povertà. Ai poveri dai quello che hai ma a Dio puoi donare solo la tua povertà, allora sarai pronto per essere arricchito di vita eterna.

Signore Gesù, tu mi inviti a seguirti sulla strada della povertà e mi chiedi di lasciare i beni terreni per far spazio nel mio cuore all’unico vero Bene. La via che percorri è a senso unico e non ammette inversioni di marcia, aiutami a perseverare nella tua sequela anche quando i conti che ho fatto preventivamente non tornano e credo di aver sbagliato direzione nella vita. Tu, che ti sei svuotato della tua gloria per farti solidale con me in ogni cosa eccetto il peccato, insegnami a distinguere tra il donare e il prestare e donami il coraggio di osare nell’avere fiducia della tua parola. Guidami sulla via dei comandamenti di Dio perché da Te impari a gareggiare con i fratelli nell’amore non per guadagnare il consenso degli uomini ma per ricevere la corona di gloria che il Signore ha riservato ai suoi servi fedeli, quelli che scelgono di avere i poveri come loro padroni.