La verità si scopre al di là del proprio naso – Venerdì della XVII settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari) – San Giovanni Maria Vianney

La verità si scopre al di là del proprio naso – Venerdì della XVII settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari) – San Giovanni Maria Vianney

3 Agosto 2023 0 Di Pasquale Giordano

Venerdì della XVII settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari) – San Giovanni Maria Vianney

Lv 23,1.4-11.15-16.27.34-37   Sal 80  

Dio onnipotente e misericordioso,

che hai fatto di san Giovanni Maria [Vianney]

un pastore mirabile per lo zelo apostolico,

per la sua intercessione e il suo esempio

fa’ che con la nostra carità guadagniamo a Cristo i fratelli e godiamo,

insieme con loro, la gloria senza fine.

Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,

e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,

per tutti i secoli dei secoli.


Dal libro del Levìtico Lv 23,1.4-11.15-16.27.34-37

Queste sono le solennità del Signore nelle quali convocherete riunioni sacre.

Il Signore parlò a Mosè e disse: «Queste sono le solennità del Signore, le riunioni sacre che convocherete nei tempi stabiliti.

Il primo mese, al quattordicesimo giorno, al tramonto del sole sarà la Pasqua del Signore; il quindici dello stesso mese sarà la festa degli Àzzimi in onore del Signore; per sette giorni mangerete pane senza lievito. Nel primo giorno avrete una riunione sacra: non farete alcun lavoro servile. Per sette giorni offrirete al Signore sacrifici consumati dal fuoco. Il settimo giorno vi sarà una riunione sacra: non farete alcun lavoro servile».

Il Signore parlò a Mosè e disse: «Parla agli Israeliti dicendo loro: “Quando sarete entrati nella terra che io vi do e ne mieterete la messe, porterete al sacerdote un covone, come primizia del vostro raccolto. Il sacerdote eleverà il covone davanti al Signore, perché sia gradito per il vostro bene; il sacerdote lo eleverà il giorno dopo il sabato.

Dal giorno dopo il sabato, cioè dal giorno in cui avrete portato il covone per il rito di elevazione, conterete sette settimane complete. Conterete cinquanta giorni fino all’indomani del settimo sabato e offrirete al Signore una nuova oblazione.

Il decimo giorno del settimo mese sarà il giorno dell’espiazione; terrete una riunione sacra, vi umilierete e offrirete sacrifici consumati dal fuoco in onore del Signore.

Il giorno quindici di questo settimo mese sarà la festa delle Capanne per sette giorni in onore del Signore. Il primo giorno vi sarà una riunione sacra; non farete alcun lavoro servile. Per sette giorni offrirete vittime consumate dal fuoco in onore del Signore. L’ottavo giorno terrete la riunione sacra e offrirete al Signore sacrifici consumati con il fuoco. È giorno di riunione; non farete alcun lavoro servile.

Queste sono le solennità del Signore nelle quali convocherete riunioni sacre, per presentare al Signore sacrifici consumati dal fuoco, olocausti e oblazioni, vittime e libagioni, ogni cosa nel giorno stabilito”».

Il culto

Tra le leggi che normano la relazione tra Dio è il suo popolo ci sono quelle che formano un codice cultuale. Una parte importante di esso è rappresentata dalle indicazioni riguardanti le feste. Esse sono occasioni nelle quali riunirsi perché convocati dal Signore alla sua presenza. I riti chiamano in causa direttamente l’azione della comunità attraverso la quale essa ringrazia per i doni ricevuti da Dio, lo loda per la sua generosità, lo supplica invocando il suo perdono e la sua protezione. Con il culto si coltiva la memoria dell’azione di Dio e si creano le condizioni perché la benedizione possa continuare ad effondersi sul popolo.

Il culto è una festa perché lo stare insieme è sempre comunione e convivialità. Anche quando si fa memoria del proprio peccato e lo si confessa, la speranza del perdono fiorisce insieme al dolore dei fallimenti. Il culto è per le persone libere, per cui non è vera festa quella che convive con la schiavitù del peccato, soprattutto l’avidità e l’egoismo.

Il culto educa alla gratitudine, alla memoria riconoscente, alla narrazione di sé senza giudizio, alla gratuità del servizio e all’offerta della propria vita per amore.

+ Dal Vangelo secondo Matteo Mt 13,54-58

Non è costui il figlio del falegname? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?

In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo.

Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.

La verità si scopre al di là del proprio naso

Il disprezzo e il rifiuto è l’epilogo di un amore malato. Nella sinagoga di Nazaret ognuno poteva vantare un legame di parentela o di amicizia o di semplice conoscenza con Gesù, tanto più per il fatto che la sua fama si era sparsa nei villaggi vicini. Un giovane ebreo originario della periferica Galilea e proveniente da un villaggio sconosciuto persino alle Scritture fa parlare di sé per la sapienza con cui insegna e la forza grazie alla quale compie prodigi. Il suo ritorno suscita interesse ma anche interrogativi perché chi lo conosce bene non si spiega come abbia acquisito quelle capacità nel parlare e nell’operare miracoli. Lo scandalo deriva dalla delusione di non vedere quei prodigi a cui si aspettavano di assistere dopo aver ascoltato. Ai compaesani di Gesù non basta la parola ma vogliono vedere i fatti perché non hanno compreso che il vero prodigio è la conversione. Ma esso non può avvenire se si rimane chiusi in schemi mentali che sono propri di circoli ristretti e settari. I nazionalismi e i familismi sono generati da una mentalità che favorisce il ripiegamento su sé stessi, la costruzione di barriere e confini per proteggersi e l’ansia di dover tener tutto sotto controllo. Presi dalla mania della verifica premiamo perché l’altro risponda alle proprie attese. L’amore malato cerca di possedere l’altro piegandolo alle proprie aspettative. Se non gli riesce la lusinga si trasforma in derisione e il vanto in disprezzo. Il vero miracolo avviene nel momento in cui riconosco che la verità risiede proprio nell’altra faccia della realtà, quella che è rimasta nell’ombra perché non l’ho voluta mai vedere. Senza lo stupore l’amore si corrompe e degenera nel suo contrario. Stupirsi significa andare sempre al di là delle certezze che portano il marchio della presunzione e del pregiudizio.

Signore Gesù, profeta scomodo ma vero, non hai avuto paura di scontrarti con il pregiudizio, donami il coraggio di annunciare la parola di Dio anche negli ambienti familiari dove più forte è la tentazione di deludere e più facile il pericolo di essere fraintesi e derisi. Il rifiuto e la resistenza che incontro da coloro che meglio dovrebbero conoscermi e più convintamente sostenermi mi aiuti a riconoscere le mie rigidità e chiusure mentali che mi impediscono di scorgere nel fratello e nella sorella più bisognosi il tuo volto familiare. La tua parola faccia di me la profezia del tuo amore che, sebbene umiliato, porta molti frutti di grazia.