L’incredibile potenza di Dio abita nella credibile debolezza dell’uomo – XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

L’incredibile potenza di Dio abita nella credibile debolezza dell’uomo – XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

4 Luglio 2021 0 Di Pasquale Giordano

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

Ez 2,2-5   Sal 122   2Cor 12,7-10   

+ Dal Vangelo secondo Marco Mc 6,1-6

Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria.

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. 

Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. 

Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.

Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

L’incredibile potenza di Dio abita nella credibile debolezza dell’uomo

Dopo che aveva lasciato Nazaret per andare al Giordano per essere battezzato dal Battista, Gesù ritorna nella sua patria, ma per l’ultima volta. Lo seguono i discepoli che hanno iniziato a formare una comunità attorno al Maestro. Essi, stando con lui, hanno avuto modo di ascoltare i suoi insegnamenti attraverso i quali Gesù ha inteso presentare in forma di parabola la logica che muove la sua missione. È lui, Parola attraverso cui Dio comunica, il seme che il Padre sparge ovunque perché tutti gli uomini possano incontrarlo e conoscerlo. La parabola del seminatore e la sua spiegazione insistono sull’accoglienza e la responsabilità di chi ascolta la Parola e ne fa esperienza nella propria vita. Nella fede della donna emorroissa e in quella di Giairo, sostenuta dall’incoraggiamento di Gesù, i discepoli riconoscono i frutti del seme della Parola seminata in essi. Al contempo loro stessi sono testimoni delle difficoltà che incontra la fede soprattutto nei momenti più critici della vita, quando si attraversano serie difficoltà e sembra di essere perduti e abbandonati al proprio destino. 

La fede è essenzialmente esperienza di Gesù nella quale emerge la domanda sulla sua identità, la sua origine e, quindi, sulla sua autorità. Man mano che Gesù avanza nel suo cammino si fanno più forti anche le tensioni. A fronte dei prodigi che manifestano la potenza della misericordia di Dio e la forza della fede, emergono anche le resistenze. Non sono solamente quelle dei demoni che, pur riconoscendolo, lo disprezzano e lo rifiutano, ma anche dei suoi familiari che lo giudicano negativamente, delle autorità che iniziano a pianificare la sua eliminazione, a cui si aggiunge la poca fede dei discepoli che fanno fatica a comprendere la logica che ispira Gesù nella sua missione. In definita, la tensione è tra la grandezza degli eventi e la piccolezza del soggetto protagonista. Gesù stesso nell’immagine del seme di senape ha indicato questo apparente contrasto ma che nella visione di Dio non esiste. Il regno di Dio, come il più piccolo tra tutti i semi, caduto nella terra si confonde con gli altri o addirittura viene ignorato. La piccolezza, ad un occhio disabituato a cogliere la verità e la bellezza nei piccoli particolari, è sinonimo di insignificanza. Ciò che scandalizza i conoscenti di Gesù nella sinagoga nella quale egli era cresciuto insieme a tutti loro, è la sua condizione sociale e umana. Può una persona così «normale» essere il depositario della sapienza di Dio e detenere un potere che è solamente divino? Non si può credere stando a tavolino sui libri o semplicemente facendo qualcosa di buono. Chi si pone queste domande non è gente cattiva, ma persone che non transitano dalla meraviglia dell’incredibile alla fede in Colui che si rende credibile attraverso la sua parola e i suoi gesti, ma soprattutto mediante l’offerta della sua vita sulla croce. La Parola ascoltata e i segni visti non bastano a compiere un passo in avanti nella fede senza fare esperienza diretta, nella propria carne, della misericordia di Dio che si manifesta pienamente nella debolezza umana. Gesù, come il profeta Ezechiele, è consapevole di essere segno che Dio manda in mezzo ad una generazione dal cuore indurito per affermare la fedeltà del suo amore e l’immutabilità del suo impegno a favore dell’uomo. Ad un livello superiore potremmo riconoscere un’altra tensione, quella che si crea tra la testardaggine dell’amore di Dio, che vuole rimanere in contatto con l’uomo, e la durezza del cuore umano che fa fatica ad accoglierlo e farlo fruttificare. Ma quando questa tensione si scioglie, come testimonia Paolo nella seconda lettura, allora tutto acquista il suo senso pieno. Ciò che appare incredibile, impossibile da accettare, diventa il terreno nel quale la grazia di Dio è accettabile e il seme della Parola fruttifica nell’amore fraterno. Ciò che agli occhi di molti appare insignificante, fallimentare, la fede invece ne fa lo spazio nel quale Dio può operare meraviglie trasformando la vita in un giardino fiorito e pieno di frutti d’amore. 

La tristezza, dovuta alla mancata accoglienza e alle resistenze oppostegli dai conoscenti divenuti avversari, non si trasforma in minaccia o aggressività perché, con l’aiuto dello Spirito Santo, l’amore, disegnando i contorni delle mancanze affettive, circoscrive anche lo spazio della delusione e contiene la rabbia che da essa scaturisce. Il senso della vita non dipende dal consenso, ma dalla scelta di rimanere nell’impegno di amare fino alla fine. Il senso di vuoto e d’impotenza è colmato dalla consolazione del Padre che volge verso il bene anche esperienze di sofferenza che feriscono. A volte ci sentiamo a pezzi e feriti da più parti, ma la Parola di Dio ci rivela che proprio in quei momenti, se teniamo accesa la luce della fede nel Signore e alimentiamo nel cuore il desiderio della carità, esse si irradiano attorno a noi attraverso il nostro corpo segnato dalla sofferenza. 

Signore Gesù, grande è il tuo amore perché anche quando non ti cerco Tu ti fai prossimo a me, anche quando io non ti vedo Tu mi guardi, anche quando non ti sento Tu mi ascolti, anche quando non ti seguo, Tu mi sei compagno. Tieni accesa nel mio cuore la luce della fede perché essa possa irradiarsi attraverso il mio sguardo colmo di lacrime di gioia o di tristezza, mediante le mie parole spoglie di orgoglio e ricche di speranza, per mezzo delle mie mani, deboli e nude, ma aperte per distribuire tenerezza e spargere con generosità il seme della fraternità.