L’ipocrisia accende la competizione, l’umiltà genera la fraternità – Venerdì della XXVIII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

L’ipocrisia accende la competizione, l’umiltà genera la fraternità – Venerdì della XXVIII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

12 Ottobre 2026 0 Di Pasquale Giordano

Venerdì della XXVIII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
Ef 1,11-14 Sal 32 Lc 12,1-7: Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati.

Ci preceda e ci accompagni sempre la tua grazia, o Signore,
perché, sorretti dal tuo paterno aiuto,
non ci stanchiamo mai di operare il bene.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni Ef 1,11-14
Noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo, siamo stati fatti eredi; e anche voi avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo.

Fratelli,
in Cristo siamo stati fatti anche eredi,
predestinati – secondo il progetto di colui
che tutto opera secondo la sua volontà –
a essere lode della sua gloria,
noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo.
In lui anche voi,
dopo avere ascoltato la parola della verità,
il Vangelo della vostra salvezza,
e avere in esso creduto,
avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso,
il quale è caparra della nostra eredità,
in attesa della completa redenzione
di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria.

Il sigillo dello Spirito, caparra della nostra eredità
La benedizione con cui si apre la Lettera agli Efesini prosegue celebrando il disegno di Dio che, mediante Cristo, chiama gli uomini a partecipare alla sua stessa vita. L’apostolo ricorre al linguaggio dell’eredità per descrivere la condizione dei credenti, accolti nella famiglia divina non in forza di privilegi acquisiti, ma per libera iniziativa della grazia. Il riferimento a coloro che per primi hanno sperato in Cristo e a quanti successivamente hanno ascoltato e accolto il Vangelo sottolinea l’universalità della salvezza e la comune appartenenza all’unico popolo di Dio. Lo Spirito Santo, ricevuto mediante la fede, è presentato come «sigillo» e «caparra»: sigillo perché attesta l’appartenenza a Cristo, caparra perché anticipa nel presente il compimento futuro della redenzione. Il credente vive così nella tensione feconda tra il dono già ricevuto e la sua piena realizzazione ancora attesa. La speranza cristiana non è dunque evasione dal presente, ma responsabilità di manifestare nella propria vita la gloria di Dio attraverso la carità e la comunione fraterna.

Salmo responsoriale Sal 32
Beato il popolo scelto dal Signore.

Esultate, o giusti, nel Signore;
per gli uomini retti è bella la lode.
Lodate il Signore con la cetra,
con l’arpa a dieci corde a lui cantate.

Retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;
dell’amore del Signore è piena la terra.

Beata la nazione che ha il Signore come Dio,
il popolo che egli ha scelto come sua eredità.
Il Signore guarda dal cielo:
egli vede tutti gli uomini.

Beati perché scelti e amati
Il Salmo 32 è un inno alla provvidenza divina che celebra la potenza creatrice della Parola, la fedeltà del Signore e la sua sovranità sulla storia. L’affermazione «Beata la nazione che ha il Signore come Dio» richiama la vocazione d’Israele a essere popolo dell’alleanza, ma questa elezione si colloca nell’orizzonte universale dello sguardo di Dio, che dal cielo contempla tutti gli uomini. La beatitudine non deriva dalla superiorità di un popolo sugli altri, ma dalla grazia di appartenere al Signore e di affidarsi alla sua fedeltà. Nella prima lettura Paolo annuncia che questa eredità è stata aperta, mediante Cristo, anche a coloro che hanno accolto il Vangelo e ricevuto il sigillo dello Spirito Santo. L’elezione divina non è un privilegio da custodire gelosamente, ma una chiamata a diventare lode della sua gloria. La Chiesa, nuovo popolo convocato dalla Parola, è chiamata a riconoscere nella propria identità non un motivo di orgoglio o di esclusione, ma il dono di una comunione che supera ogni barriera. La gioia della lode nasce dalla certezza di essere conosciuti, scelti e custoditi dallo sguardo amorevole di Dio.

Dal Vangelo secondo Luca Lc 12,1-7
Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati.

In quel tempo, si erano radunate migliaia di persone, al punto che si calpestavano a vicenda, e Gesù cominciò a dire anzitutto ai suoi discepoli:
«Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia. Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. Quindi ciò che avrete detto nelle tenebre sarà udito in piena luce, e ciò che avrete detto all’orecchio nelle stanze più interne sarà annunciato dalle terrazze.
Dico a voi, amici miei: non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo e dopo questo non possono fare più nulla. Vi mostrerò invece di chi dovete aver paura: temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geènna. Sì, ve lo dico, temete costui.
Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate paura: valete più di molti passeri!».

L’ipocrisia accende la competizione, l’umiltà genera la fraternità
Ascoltando il rimprovero che Gesù rivolge alle autorità potremmo provare un certo senso di soddisfazione per il fatto di sentirci interpretati nel nostro sentimento di diffidenza nei confronti delle istituzioni. In realtà l’ingiustizia stigmatizzata, e che si annida tra le alte sfere del potere, è presente in maniera strisciante anche tra il popolo, tant’è che la gente che si raduna attorno a Gesù si calpesta vicendevolmente. Non sono solo i potenti che si fanno guerra ma anche i poveri fanno la lotta l’uno contro l’altro. Questo è più drammatico quando sono i discepoli di Gesù a conformarsi alla mentalità comune e, gonfiandosi d’orgoglio, si giudicano puntandosi il dito a vicenda senza alcun rispetto e prudenza. Ipocrita è colui che nasconde dietro la formale appartenenza alla comunità, espressa attraverso l’espletamento di qualche mansione, l’ambizione personale e il suo astio verso gli altri fratelli seminando zizzania e provocando divisioni e fazioni. A volte la lingua degli uomini è talmente tagliente da uccidere moralmente e portare gli altri ad essere esclusi o ad escludersi dalla comunità. Il pettegolezzo è il lievito marcio che corrompe la comunità. Chi ne è vittima non deve temere gli uomini né scoraggiarsi a continuare a fare il bene, ma deve confidare nel Signore che non abbandona nessuno dei suoi figli e che dà la forza necessaria per resistere alla tentazione della ritorsione e della vendetta. Seguire questa logica significa lasciarsi inghiottire dalla spirale della violenza che non lascia scampo.

Preghiamo
Signore Gesù, che ci chiami amici tuoi, perdonaci per tutte quelle volte che dimentichiamo che essere tuoi discepoli non significa competere per occupare i posti migliori e di prestigio ma mettici in guardia dall’orgoglio che è la vera bestia nera da combattere. Aiutaci a diventare più autentici senza nascondere dietro la maschera del perbenismo i pregiudizi verso i fratelli, i sentimenti di rivalsa contro quelli che riteniamo nemici e le intenzioni malvage che strisciano silenziosamente dentro di noi come serpenti e che avvelenano i rapporti con il pettegolezzo, le illazioni e le calunnie. Donaci la fiducia e l’umiltà di confessare i pensieri malvagi di cui vergognarsi per non cadere nel tranello dell’ipocrisia. Conforta i cuori affranti dalle ingiustizie e consola chi soffre per le tribolazioni affinché possa avvertire il calore di una mano amica che sostiene nella debolezza e la forza di una voce familiare che guida nella notte oscura della prova e dell’aridità spirituale.