Quando la Carità vince sulla paura l’amore si (ri)genera col perdono – Giovedì della XIX settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

Quando la Carità vince sulla paura l’amore si (ri)genera col perdono – Giovedì della XIX settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

12 Agosto 2026 0 Di Pasquale Giordano

Giovedì della XIX settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
Ez 12,1-12 Sal 77

Dio onnipotente ed eterno,
guidati dallo Spirito Santo,
osiamo invocarti con il nome di Padre:
fa’ crescere nei nostri cuori lo spirito di figli adottivi,
perché possiamo entrare nell’eredità che ci hai promesso.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Dal libro del profeta Ezechièle Ez 12,1-12
Di giorno, davanti ai loro occhi, emigrerai.

Mi fu rivolta questa parola del Signore: «Figlio dell’uomo, tu abiti in mezzo a una genìa di ribelli, che hanno occhi per vedere e non vedono, hanno orecchi per udire e non odono, perché sono una genìa di ribelli.
Tu, figlio dell’uomo, fatti un bagaglio da esule e di giorno, davanti ai loro occhi, prepàrati a emigrare; davanti ai loro occhi emigrerai dal luogo dove stai verso un altro luogo. Forse comprenderanno che sono una genìa di ribelli. Davanti ai loro occhi prepara di giorno il tuo bagaglio, come fosse il bagaglio di un esule. Davanti a loro uscirai però al tramonto, come partono gli esiliati. Fa’ alla loro presenza un’apertura nel muro ed esci di lì. Alla loro presenza mettiti il bagaglio sulle spalle ed esci nell’oscurità. Ti coprirai la faccia, in modo da non vedere il paese, perché io ho fatto di te un simbolo per gli Israeliti».
Io feci come mi era stato comandato: preparai di giorno il mio bagaglio come quello di un esule e, sul tramonto, feci un foro nel muro con le mani. Uscii nell’oscurità e sotto i loro occhi mi misi il bagaglio sulle spalle.
Al mattino mi fu rivolta questa parola del Signore: «Figlio dell’uomo, non ti ha chiesto la casa d’Israele, quella genìa di ribelli, che cosa stai facendo? Rispondi loro: Così dice il Signore Dio: Questo messaggio è per il principe di Gerusalemme e per tutta la casa d’Israele che vi abita.
Tu dirai: Io sono un simbolo per voi. Quello che ho fatto io, sarà fatto a loro; saranno deportati e andranno in schiavitù. Il principe che è in mezzo a loro si caricherà il bagaglio sulle spalle, nell’oscurità, e uscirà per la breccia che verrà fatta nel muro per farlo partire; si coprirà il viso, per non vedere con gli occhi il paese».

Il profeta diventa segno
Ezechiele non deve soltanto annunciare la parola di Dio, ma renderla visibile con la propria vita. Preparando il bagaglio dell’esule, aprendo una breccia nel muro e uscendo nell’oscurità, egli anticipa simbolicamente ciò che accadrà agli abitanti di Gerusalemme e al loro re. Il gesto profetico vuole scuotere un popolo che «ha occhi per vedere e non vede, orecchi per udire e non ode»: il problema non è la mancanza di segni, ma la chiusura del cuore che impedisce di comprenderli.
L’esilio annunciato non è presentato semplicemente come una disgrazia politica, ma come la conseguenza di una lunga storia di resistenza alla parola di Dio. Eppure il Signore continua a parlare: perfino il giudizio diventa un ultimo appello alla conversione. Ezechiele, facendosi egli stesso «simbolo» per Israele, mostra che il vero profeta non comunica una parola dall’esterno, ma si lascia coinvolgere personalmente nel dramma del popolo al quale è inviato.

Salmo responsoriale Sal 77
Proclameremo le tue opere, Signore.

Si ribellarono a Dio, l’Altissimo,
e non osservarono i suoi insegnamenti.
Deviarono e tradirono come i loro padri,
fallirono come un arco allentato.
Lo provocarono con le loro alture sacre
e con i loro idoli lo resero geloso.
Dio udì e s’infiammò,
e respinse duramente Israele.
Ridusse in schiavitù la sua forza,
il suo splendore in potere del nemico.
Diede il suo popolo in preda alla spada
e s’infiammò contro la sua eredità.

Ricordare per non ripetere la ribellione
Il Salmo 77 è una grande meditazione sapienziale sulla storia d’Israele. Ripercorrendo le infedeltà dei padri e gli interventi di Dio, il salmista vuole educare le nuove generazioni a leggere la storia come luogo della rivelazione. La memoria non serve a condannare il passato, ma a riconoscere le conseguenze della ribellione e a imparare nuovamente la fedeltà.
I versetti scelti dalla liturgia insistono proprio sul peccato ricordato da Ezechiele: Israele «deviò e tradì», sostituendo alla fiducia nel Signore gli idoli e le proprie sicurezze. La perdita della libertà e la consegna «in potere del nemico» diventano così la dolorosa conseguenza di una libertà usata contro l’alleanza.
Il ritornello, «Proclameremo le tue opere, Signore», introduce tuttavia una nota di speranza. Ricordare significa soprattutto proclamare le opere di Dio. Anche dentro il giudizio egli continua a parlare e ad agire per il suo popolo. La memoria delle infedeltà, illuminata dalla memoria della fedeltà divina, può diventare l’inizio della conversione.

Dal Vangelo secondo Matteo Mt 18,21-19,1
Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?».
E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito.
Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.
Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».
Terminati questi discorsi, Gesù lasciò la Galilea e andò nella regione della Giudea, al di là del Giordano.

Quando la Carità vince sulla paura l’amore si (ri)genera col perdono
La domanda di Pietro riflette la preoccupazione comune di evitare l’abuso di un bene importante come la pazienza. È come dire che la pazienza ha un limite e che non bisogna abusarne. A volte poniamo dei legittimi paletti per difenderci dall’abuso che gli altri possono fare della nostra benevolenza e disponibilità.
La parabola che Gesù racconta mette in ordine alcune cose. Innanzitutto, relativizza il nostro potere. Noi siamo servi, non padroni, siamo amministratori dei beni, non detentori di un tesoro che non ci appartiene. Come tali non siamo innanzitutto creditori nei confronti di Dio, ma debitori, sempre insolventi. Nei suoi confronti non possiamo rivendicare dei diritti, ma facciamo appello alla bontà di Colui che è ricco di misericordia.
La compassione di Dio supera la supplica del servo che è sciolto dal debito, ma non dal suo dovere di essere buon amministratore. Il perdono è l’occasione che Dio ci offre per amministrare ciò che si è ricevuto, non sfruttandolo per se stessi, ma condividendolo con gli altri.
I servi della parabola sono accomunati dall’aver contratto un debito, difficile o impossibile da restituire, e dalla preghiera rivolta al creditore. Ciascuno di noi non è mai solo debitore o creditore, ma l’uno e l’altro insieme, siamo debitori a Dio del dono infinto dell’amore e siamo creditori nei confronti degli altri fratelli di qualcosa che però ha un valore infinitamente inferiore a ciò che gratuitamente abbiamo ricevuto.
Il perdono di Dio crea spazi di libertà e di rinascita. Siamo chiamati ad esercitarci nel perdonare e quanto più lo facciamo tanto più ci riusciamo. Infatti, dentro di noi la gioia di essere amati e la felicità con la quale amiamo sono in continua competizione con la paura di essere delusi e la rabbia di essere stati feriti. Quando la gioia di amare supera il dolore del male ricevuto e quando la carità vince sulla paura, nasce il perdono e l’amore si rigenera.

Preghiamo
Signore Gesù, Re di giustizia e di pace, insegnami a pregare confidando nella misericordia del Padre, chiedendo che si compia la sua volontà e mettendo la mia vita nelle sue mani. Aiutami a disobbedire alla rabbia e alla paura per mettermi a servizio della logica dell’amore. La gioia di essere amato da Dio vinca sulla paura di essere usato dagli uomini e la compassione prevalga sull’avidità e la falsa giustizia. Donami tempo necessario perché, esercitandomi nel perdono, possa convertirmi al tuo amore e diventare strumento della tua pace.