Custodia e accudimento – Martedì della XIX settimana del Tempo Ordinario (Anno pari) – Santa Chiara

Custodia e accudimento – Martedì della XIX settimana del Tempo Ordinario (Anno pari) – Santa Chiara

10 Agosto 2026 0 Di Pasquale Giordano

Martedì della XIX settimana del Tempo Ordinario (Anno pari) – Santa Chiara
Ez 2,8-3,4 Sal 118

O Dio, che nella tua misericordia hai ispirato a santa Chiara
l’amore per la povertà evangelica,
per sua intercessione concedi a noi
di seguire Cristo in povertà di spirito,
per contemplarti un giorno nel regno dei cieli.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Dal libro del profeta Ezechièle Ez 2,8-3,4
Io mangiai quel rotolo: fu per la mia bocca dolce come il miele.

Così dice il Signore: «Figlio dell’uomo, ascolta ciò che ti dico e non essere ribelle come questa genìa di ribelli: apri la bocca e mangia ciò che io ti do». Io guardai, ed ecco, una mano tesa verso di me teneva un rotolo. Lo spiegò davanti a me; era scritto da una parte e dall’altra e conteneva lamenti, pianti e guai.
Mi disse: «Figlio dell’uomo, mangia ciò che ti sta davanti, mangia questo rotolo, poi va’ e parla alla casa d’Israele». Io aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo, dicendomi: «Figlio dell’uomo, nutri il tuo ventre e riempi le tue viscere con questo rotolo che ti porgo». Io lo mangiai: fu per la mia bocca dolce come il miele. Poi egli mi disse: «Figlio dell’uomo, va’, rècati alla casa d’Israele e riferisci loro le mie parole».

Vocazione e missione di Ezechiele: Contemplata aliis tradere
Il racconto della vocazione di Ezechiele è caratterizzato dall’appellativo «figlio dell’uomo» con il quale «la gloria di Dio» si rivolge a Ezechiele. Col nome «figlio di Adamo» si vuole intendere un semplice uomo legato alla terra, piccolo e mortale. Infatti, Ezechiele alla vista della «gloria di Dio» cade a terra prostrato come morto. Lo Spirito di profezia, entrando in lui, gli conferisce una vita nuova e lo rimette in piedi (2,2) perché in posizione eretta possa ascoltare la Parola e mettere in pratica ciò che comanda. Come Ezechiele, anche il popolo degli esiliati, viene sollevato dalla Parola che conferisce una nuova condizione di vita, non più rassegnata ma piena di speranza.
Come in Is 6 e Ger 1 accade un rito nel quale al dono del rotolo dalla mano di Dio corrisponde il gesto profetico di mangiarlo. Il contenuto è tragico perché contiene il dramma della relazione con Dio che il popolo tradisce continuamente fino a raggiungere il culmine. Il gesto di mangiare la Parola vuole indicare la necessità da parte del profeta di assimilarla prima di pronunciarla. Ciò che Geremia dice con un’immagine, Ezechiele lo traduce in gesto simbolico. La dolcezza della Parola risiede nella fedeltà di Dio al suo popolo e nella compassione per la quale Dio invia il profeta.
Dio parla all’uomo in linguaggio umano, intelligibile; l’uomo spesso si rifiuta o ha paura di intendere. Ma quando, come Ezechiele, l’uomo si apre anche la lingua del profeta si fa comprensibile anche se è straniera.
La parola «ruminata» trasforma interiormente il profeta che, da una parte, penetra nel mistero della compassione di Dio, e dall’altra, rende la propria vita trasparenza vera dell’amore di Dio.

Salmo responsoriale Sal 118
Quanto sono dolci al mio palato le tue promesse, Signore.

Nella via dei tuoi insegnamenti è la mia gioia,
più che in tutte le ricchezze.
I tuoi insegnamenti sono la mia delizia:
sono essi i miei consiglieri.
Bene per me è la legge della tua bocca,
più di mille pezzi d’oro e d’argento.
Quanto sono dolci al mio palato le tue promesse,
più del miele per la mia bocca.
Mia eredità per sempre sono i tuoi insegnamenti,
perché sono essi la gioia del mio cuore.
Apro anelante la mia bocca,
perché ho sete dei tuoi comandi.

La Parola, dolcezza che trasforma il cuore
Il Salmo 118 è il grande canto sapienziale della Torah, contemplata non come un peso imposto all’uomo, ma come dono attraverso il quale Dio istruisce, accompagna e orienta la vita del credente. La sua struttura alfabetica, ampia e meditativa, suggerisce una frequentazione assidua della Parola: essa va custodita, ripetuta, interiorizzata fino a diventare criterio delle scelte e «gioia del cuore». Per questo il salmista la considera più preziosa dell’oro e più dolce del miele.
L’immagine della dolcezza lega profondamente il Salmo alla vocazione di Ezechiele. Il profeta è invitato non semplicemente ad ascoltare il rotolo, ma a mangiarlo, perché la Parola raggiunga le viscere e diventi parte della sua stessa vita. Anche ciò che contiene «lamenti, pianti e guai» diventa dolce, perché proviene dalla bocca di Dio e manifesta la sua fedeltà e la sua appassionata cura per il popolo.
Il ritornello, «Quanto sono dolci al mio palato le tue promesse, Signore», esprime dunque il passaggio dall’ascolto all’assimilazione. Solo una Parola gustata interiormente può essere annunciata autenticamente. Ezechiele diventa profeta perché prima si lascia nutrire e trasformare da ciò che dovrà comunicare: la missione nasce dalla contemplazione, e la parola annunciata agli altri è anzitutto una Parola accolta, amata e fatta propria.

Dal Vangelo secondo Matteo Mt 18,1-5.10.12-14
Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli.

In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?».
Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse:
«In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me.
Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli.
Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda».

Custodia e accudimento
La festa degli Angeli Custodi ci offre l’occasione per riaffermare la nostra fede nel Dio amante e custode dell’uomo. La custodia è cosa diversa dal controllo e la differenza è la stessa che passa tra l’atteggiamento di un padre e quello di un padrone. Chi spia per controllare si nasconde mentre Dio per custodirci si rivela, si fa prossimo, mostra il suo volto e soprattutto si comunica.
Nella storia d’Israele Dio si rivela come il custode del popolo, sempre vigile e attento per proteggere, per correggere, per sorreggere e per guidare. Sul viso del Custode mentre rivolge il suo sguardo verso gli uomini non si trova mai una smorfia di disgusto o sdegno perché il suo amore è fedele e non disprezza nessuna delle sue creature. Tuttavia, non è impassibile e freddo, ma partecipando a pieno alle vicende degli uomini, gioisce e soffre insieme con loro. Perciò una caratteristica della custodia è la condivisione che crea un ponte comunicativo tra Dio e l’uomo. Proprio perché quello di Dio è uno sguardo compassionevole egli ci accoglie sempre come bambini nei quali i bisogni sono più numerosi dei meriti. In questo senso custodire significa creare dentro di sé lo spazio adatto ad accogliere l’altro in modo integrale senza che passi dal filtro delle attese che lo spogliano della sua dignità.
Il vangelo dell’Infanzia di Matteo racconta di come Giuseppe, grazie al suo angelo, sia diventato custode di Maria e del bambino. Ascoltando la voce del Custode che parla nel segreto della nostra coscienza, nuda, povera e indifesa, siamo da Lui illuminati, confortati e sorretti per prendere decisioni e fare delle scelte che fanno di noi angeli custodi dei nostri fratelli.


Dalla parte dei più piccoli
Non è vero che Dio non è di parte! Dio si schiera decisamente a favore dei più piccoli, dei più vulnerabili e fragili. Essi sono quelli che più facilmente possono smarrirsi come una pecorella che, magari perché distratta, non ritrova più il suo gregge.
Così ciascun membro della comunità, soprattutto chi ha il compito di custode e guida, non può rimanere indifferente davanti allo smarrimento dei suoi fratelli e sorelle. Per amore dei più piccoli deve saper lasciare ciò che è più gratificante o le proprie isole di confort, e intraprendere un viaggio faticoso di ricerca verso l’altro per recuperare il rapporto con chi si è allontanato.
Nei conflitti non basta assegnare i posti, quelli riservati ai giusti e quelli assegnati ai ribelli. Per amore della unità e della comunione totale bisogna fare ogni sforzo per recuperare e reintegrare.
Come agli occhi di Dio, così ai nostri, nessuno è un numero. Il vuoto lasciato da un fratello deve scuoterci, affinché possiamo vincere la rassegnazione con il desiderio sempre rinnovato della comunione fraterna.
Potremmo avere il dubbio che l’insistenza con la quale ricercare il fratello o la sorella che si sono allontanati sia invadenza e che invece bisogna rispettare le scelte altrui lasciandoli andare. Tuttavia, lasciare andare non significa indifferenza. Il cercare l’altro per ricostruire il rapporto con lui è cosa diversa dall’inseguirlo per ripossederlo.
Lo smarrimento dei più piccoli deve portarci anche a riflettere sulle nostre omissioni nel bene che hanno allentato i legami affettivi. La ricerca dell’altro parte dalla conversione personale e dalla riparazione di ciò che ha potuto provocare lo smarrimento del fratello.
Lasciamoci ispirare dalla gioia pregustata di ritrovare la comunione fraterna, piuttosto che dello sterile giudizio di chi si limita a prendere atto di una situazione dolorosa e a condannare. Questo è il tempo della nostalgia della comunione.

Preghiamo
Signore Gesù, che ti sei fatto piccolo come un bambino,
insegnaci l’umiltà che rende grandi davanti a Dio;
Tu, rifiutato dalla superbia e scartato dagli uomini,
ti sei consegnato fiducioso nelle mani del Padre,
che ti ha strappato dalla morte e innalzato nella gloria:
rendici piccoli, poveri e docili alla sua volontà.
Custodisci, Signore, i nostri passi nel cammino della vita
e insegnaci a confidare sempre nell’aiuto del Padre;
quando la sofferenza busserà alla nostra porta,
non permettere che la paura soffochi la speranza,
ma sostienici con la forza fedele del tuo amore
e guidaci alla gioia eterna della tua presenza.
Signore Gesù, Pastore buono, schierato dalla parte dei piccoli,
abbatti gli steccati del cuore e i recinti delle abitudini;
liberaci dal criterio comodo di ciò che non costa fatica
e rendici disponibili al rischio evangelico della fraternità;
donaci compassione, tenerezza e sapienza per discernere
le vie della riconciliazione e della comunione.
Vinci in noi l’accidia che ci trattiene nelle nostre sicurezze
e poni nel cuore una santa inquietudine per chi è lontano;
spingici a cercare il fratello che abbiamo perduto di vista,
anche quando ci divide il pensare o l’agire diversamente;
fa’ che gli andiamo incontro con pazienza e misericordia,
per gustare insieme la gioia dell’amicizia ritrovata. Amen.