Seme di speranza e lievito di fraternità – Lunedì della XVII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

Seme di speranza e lievito di fraternità – Lunedì della XVII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

19 Luglio 2026 0 Di Pasquale Giordano

Lunedì della XVII settimana del Tempo Ordinario (anno pari)
Ger 13,1-11 Dt 32,18-21

O Dio, nostra forza e nostra speranza,
senza di te nulla esiste di valido e di santo;
effondi su di noi la tua misericordia
perché, da te sorretti e guidati,
usiamo saggiamente dei beni terreni
nella continua ricerca dei beni eterni.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Dal libro del profeta Geremìa Ger 13,1-11
Questo popolo diventerà come questa cintura, che non è più buona a nulla.

Il Signore mi disse così: «Va’ a comprarti una cintura di lino e mettitela ai fianchi senza immergerla nell’acqua». Io comprai la cintura, secondo il comando del Signore, e me la misi ai fianchi.
Poi la parola del Signore mi fu rivolta una seconda volta: «Prendi la cintura che hai comprato e che porti ai fianchi e va’ subito all’Eufrate e nascondila nella fessura di una pietra». Io andai e la nascosi presso l’Eufrate, come mi aveva comandato il Signore.
Dopo molto tempo il Signore mi disse: «Àlzati, va’ all’Eufrate e prendi di là la cintura che ti avevo comandato di nascondervi». Io andai all’Eufrate, cercai e presi la cintura dal luogo in cui l’avevo nascosta; ed ecco, la cintura era marcita, non era più buona a nulla.
Allora mi fu rivolta questa parola del Signore: «Dice il Signore: In questo modo ridurrò in marciume l’orgoglio di Giuda e il grande orgoglio di Gerusalemme. Questo popolo malvagio, che rifiuta di ascoltare le mie parole, che si comporta secondo la caparbietà del suo cuore e segue altri dèi per servirli e per adorarli, diventerà come questa cintura, che non è più buona a nulla. Poiché, come questa cintura aderisce ai fianchi di un uomo, così io volli che aderisse a me tutta la casa d’Israele e tutta la casa di Giuda – oracolo del Signore –, perché fossero mio popolo, mia fama, mia lode e mia gloria, ma non mi ascoltarono».

Come una cintura, chiamati ad aderire a Dio
Il gesto simbolico della cintura si colloca negli oracoli con cui Geremia denuncia l’infedeltà di Giuda e di Gerusalemme. Come la cintura aderisce intimamente ai fianchi dell’uomo, così Israele era stato scelto per vivere unito al Signore e diventare sua «fama, lode e gloria». Il popolo, però, rifiutando l’ascolto e seguendo la caparbietà del proprio cuore, ha spezzato questa comunione. La cintura marcita rappresenta dunque una vocazione resa sterile dall’orgoglio e dall’idolatria. Il giudizio non smentisce l’amore di Dio: rivela, piuttosto, che senza l’adesione a lui il popolo perde la propria identità e non può più compiere la missione per la quale è stato scelto.

Salmo responsoriale Dt 32,18-21
Hai dimenticato Dio che ti ha generato.

La Roccia, che ti ha generato, tu hai trascurato;
hai dimenticato il Dio che ti ha procreato!
Ma il Signore ha visto e ha disdegnato
con ira i suoi figli e le sue figlie.
Ha detto: «Io nasconderò loro il mio volto;
vedrò quale sarà la loro fine.
Sono una generazione perfida,
sono figli infedeli.
Mi resero geloso con ciò che non è Dio,
mi irritarono con i loro idoli vani;
io li renderò gelosi con uno che non è popolo,
li irriterò con una nazione stolta».
La dimenticanza che impoverisce e il ricordo che rigenera
Il testo appartiene al cantico di Mosè, posto verso la conclusione del Deuteronomio come solenne testimonianza dell’alleanza. Dio è chiamato «Roccia» perché è fondamento stabile, ma anche padre che genera e custodisce il suo popolo. Israele, invece, dimentica la propria origine e sostituisce il Signore con idoli inconsistenti. Il nascondimento del volto di Dio esprime le conseguenze dolorose di questa infedeltà: chi abbandona la sorgente della vita sperimenta la propria fragilità. Il cantico riprende così il messaggio di Geremia: come la cintura si corrompe quando non aderisce più ai fianchi, il popolo diventa sterile quando dimentica Dio e interrompe la comunione con lui. La salvezza comincia dal recuperare la memoria grata dell’amore che ci ha generati.

Dal Vangelo secondo Matteo Mt 13,31-35
Il granello di senape diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami.

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:
«Aprirò la mia bocca con parabole,
proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo».

Seme di speranza e lievito di fraternità
Il regno di Dio non è un’idea da contemplare ma una storia d’amore da vivere con Dio che nella parabola è simile ad un uomo che semina e ad una donna intenta a preparare il pane. Il verbo prendere sta per scegliere. San Paolo, contemplando l’opera della salvezza portata a compimento da Gesù e considerando la sua esperienza, afferma che «quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio» (1 Cor 1, 27-29). Ciò che il mondo reputa inutile Dio lo coinvolge nella sua opera perché ne divenga protagonista. Non siamo strumenti inermi nelle mani di Dio ma suoi collaboratori. Questo spiega la seconda riflessione che san Paolo fa sul ministero. L’apostolo si domanda chi sono gli evangelizzatori e dà la risposta: «Servitori, attraverso i quali siete venuti alla fede, e ciascuno come il Signore gli ha concesso. Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere. Sicché, né chi pianta né chi irriga vale qualcosa, ma solo Dio, che fa crescere. Chi pianta e chi irriga sono una medesima cosa: ciascuno riceverà la propria ricompensa secondo il proprio lavoro. Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete campo di Dio, edificio di Dio» (1Cor 3, 5-9). Il servizio è efficace nella misura in cui si è docili alla volontà di Dio e ci si mette nelle mani di Dio invece di cercare consenso e approvazione. Solo un ministero che trae la sua ispirazione dall’ascolto della Parola di Dio e che si affida ad essa assume quel potere di crescita che è proprio del lievito. Il servizio ha fondamentalmente una funzione educativa perché chi ne è il destinatario cresca in modo tale da realizzare in sé la volontà di Dio ed essere per tutti segno e strumento della bontà misericordiosa di Dio.
Preghiamo
Signore Gesù, seme di speranza e lievito di fraternità, ti ringrazio perché mi scegli per la mia piccolezza e mi chiami a diventare grande nell’amore raggiungendo la tua statura spirituale. Mi affido alle tue mani perché Tu possa seminarmi nei solchi della storia e inviarmi come tuo messaggero di speranza dove più profonde sono le ferite dell’umana fragilità. L’incontro con ognuno dei miei fratelli che metti sul mio cammino mi faccia crescere in umanità. Insegnami ad essere benevolmente accogliente e premurosamente accudente. Donami l’umiltà di mescolarmi nella comunità fino a sottrarmi alla logica dell’apparenza e del protagonismo che alimenta contrapposizioni e contrasti, il coraggio di consumarmi offrendo con gioia le mie forze per il bene di tutti e la serena accettazione che ogni cosa terrena finisce ma nella speranza che da essa inizia qualcosa di più bello.