Custodi del vincolo dell’Amore – Mercoledì della VII settimana di Pasqua

Custodi del vincolo dell’Amore – Mercoledì della VII settimana di Pasqua

19 Maggio 2026 0 Di Pasquale Giordano

Mercoledì della VII settimana di Pasqua
At 20,28-38 Sal 67

03.30×40, 2/8/16, 10:51 AM, 8C, 9360×12420 (300+690), 125%, Custom, 1/20 s, R86.5, G60.5, B73.7

Padre misericordioso,
nella tua bontà dona alla Chiesa, radunata dallo Spirito Santo,
di servirti con piena dedizione
e di formare in te un cuore solo e un’anima sola.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Dagli Atti degli Apostoli (At 20,28-38)
Vi affido a Dio, che ha la potenza di edificare e di concedere l’eredità.

In quei giorni, Paolo diceva agli anziani della Chiesa di Èfeso: «Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha costituiti come custodi per essere pastori della Chiesa di Dio, che si è acquistata con il sangue del proprio Figlio.
Io so che dopo la mia partenza verranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge; perfino in mezzo a voi sorgeranno alcuni a parlare di cose perverse, per attirare i discepoli dietro di sé. Per questo vigilate, ricordando che per tre anni, notte e giorno, io non ho cessato, tra le lacrime, di ammonire ciascuno di voi.
E ora vi affido a Dio e alla parola della sua grazia, che ha la potenza di edificare e di concedere l’eredità fra tutti quelli che da lui sono santificati.
Non ho desiderato né argento né oro né il vestito di nessuno. Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani. In tutte le maniere vi ho mostrato che i deboli si devono soccorrere lavorando così, ricordando le parole del Signore Gesù, che disse: “Si è più beati nel dare che nel ricevere!”».
Dopo aver detto questo, si inginocchiò con tutti loro e pregò. Tutti scoppiarono in pianto e, gettandosi al collo di Paolo, lo baciavano, addolorati soprattutto perché aveva detto che non avrebbero più rivisto il suo volto. E lo accompagnarono fino alla nave.

Il pastore nella Chiesa custodisce il gregge rinunciando all’interesse personale
Nelle parole di Paolo riecheggiano quelle di Gesù ai suoi discepoli: io sono il pastore, quello bello che dà la vita per le proprie pecore. L’apostolo dice di essersi conformato a Cristo pastore che veglia sul suo gregge perché nel momento del pericolo potesse difendere le pecore dagli assalti dei lupi. Paolo, infatti, per tre anni non si è risparmiato mai nel custodire la chiesa svolgendo il suo ministero di annuncio del vangelo e di denuncia del male con l’invito alla conversione, pur tra le lacrime delle sofferenze e mortificazioni. L’apostolo non si è mai sottratto al compito della vigilanza e della cura amorevole dei cristiani di quelle comunità. Prima di questo è stato vigilante su se stesso per non cadere nella tentazione di servirsi del ministero per creare legami di dipendenza al fine di trarne vantaggi personali. Paolo esorta i responsabili delle chiese a essere vigili sentinelle per sventare ogni tentativo del maligno di rubare a Dio coloro che ha riscattato pagando la loro libertà con l’effusione del sangue, cioè attraverso il sacrificio della vita. Come il Pastore, quello bello, ha un’attenzione particolare verso i più deboli, così i pastori della Chiesa devono dare priorità alla cura dei fragili attraverso l’esercizio della rinuncia al guadagno materiale e al successo personale a favore del bene integrale di coloro che Dio ha affidato. Infine Paolo affida i vescovi delle comunità a Dio, affinché siano protetti, istruiti, guidati e sostenuti dalla sua Parola che comunica loro il potere di amare gratuitamente e così permettere a ciascuno di diventare santo secondo la volontà di Dio.

Salmo responsoriale Sal 67
Regni della terra, cantate a Dio.

Mostra, o Dio, la tua forza,
conferma, o Dio, quanto hai fatto per noi!
Per il tuo tempio, in Gerusalemme,
i re ti porteranno doni.
Regni della terra, cantate a Dio,
cantate inni al Signore,
a colui che cavalca nei cieli, nei cieli eterni.
Ecco, fa sentire la sua voce, una voce potente!
Riconoscete a Dio la sua potenza.
La sua maestà sopra Israele,
la sua potenza sopra le nubi.
Terribile tu sei, o Dio, nel tuo santuario.
È lui, il Dio d’Israele, che dà forza e vigore al suo popolo.
Sia benedetto Dio!

La forza di Dio sostiene il suo popolo
Il Salmo 67 (68) appartiene al genere degli inni di trionfo e di regalità divina, nei quali viene celebrata la presenza potente di Dio che guida, protegge e fortifica il suo popolo. Attraverso immagini di processione liturgica e di vittoria, Israele proclama il Signore come re che interviene nella storia per salvare e custodire i suoi fedeli. Dio dona forza e vigore a coloro che gli appartengono. Il Signore manifesta la sua potenza non per schiacciare, ma per sostenere e confermare il suo popolo nella fedeltà. La voce potente di Dio richiama la sua presenza viva ed efficace che continua ad agire nella storia. Per questo il salmo invita tutti i regni della terra a cantare inni al Signore: la sua signoria universale si manifesta come protezione, custodia e benedizione. L’apostolo affida i pastori della comunità a Dio e alla “parola della sua grazia”, riconoscendo che soltanto il Signore può edificare la Chiesa e darle forza nelle prove. Come il salmo proclama che Dio “dà forza e vigore al suo popolo”, così Paolo sa che il ministero pastorale non può reggersi sulle sole capacità umane, ma sulla grazia di Dio che sostiene e custodisce il gregge. Solo chi si lascia fortificare da Dio può vegliare sul gregge senza cedere alla tentazione del potere o dell’interesse personale. La forza che viene da Dio non è dominio, ma capacità di amare, servire e perseverare nelle difficoltà. Per questo l’assemblea liturgica conclude con una benedizione piena di fiducia: «Sia benedetto Dio!», riconoscendo che ogni fecondità della missione nasce dalla sua presenza operante nella vita del suo popolo.

Dal Vangelo secondo Giovanni Gv 17,11-19
Siano una cosa sola, come noi.

In quel tempo, [Gesù, alzàti gli occhi al cielo, pregò dicendo:]
«Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi.
Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura. Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.
Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità».

Custodi del vincolo dell’Amore
Nella preghiera di Gesù risuonano parole vibranti dalle quali traspare il suo amore appassionato per i suoi discepoli. Egli sa che ci si salva solo rimanendo uniti e quando ci si crede al sicuro il pericolo è quello di rinchiudersi in sé stessi. C’è solo un modo per custodire l’altro senza mortificare la sua libertà e questo modo è l’amore. Custodire nel nome di Dio significa rimanere in relazione nonostante tutto, soprattutto quando le prove della vita fanno balenare l’idea di essere stati abbandonati da Lui. Il vincolo dell’unità, quello che unisce i coniugi, che lega i genitori ai figli e viceversa, o che accomuna i fratelli, va costantemente custodito alimentando l’amore e, al medesimo tempo, va protetto dal Maligno il cui intento è proprio quello di rompere l’armonia e creare caos e incomprensione. L’esempio di Gesù, custode dell’amore del Padre, è indicativo della missione dei suoi discepoli. Essi da Lui imparano che l’unità passa attraverso gli abbracci mediante i quali ci si dona e ci si accoglie reciprocamente tra fratelli con le individuali peculiarità e nelle proprie differenze, anche quelle più fastidiose. Se il mondo fa sperimentare l’odio esso diventerà insegnamento da seguire se all’odio non opponiamo l’ammaestramento di Gesù, Maestro di umanità e di amore. Egli, consacrando sé stesso, si è fatto servo della verità, ministro della Parola attorno alla quale i fratelli si riconoscono figli dell’unico Padre e non rivali tra loro. Formati dalla Parola, i discepoli di Gesù sono chiamati alla missione nel mondo di essere segno dell’unità di Dio attraverso l’imitazione di Cristo che, per essere uno con il Padre e raccogliere noi in un’unica famiglia, è morto in croce offrendo la sua vita.

Preghiera
Signore Gesù, tenero custode della vita dei tuoi fratelli, intercedi per noi presso il Padre perché smarrita la via della pace, possiamo ritrovare la gioia di essere uniti fraternamente in un unico abbraccio ed essere adunati a formare in Te un solo corpo e un solo spirito. Maestro di umanità, insegnaci a lasciarci istruire dalla tua Parola perché impariamo a fare discernimento e a distinguere le seduzioni del maligno dalla vocazione di Dio, i sogni di gloria dalla gloria della croce.