Gesù è il Pastore, non fa l’attore – Lunedì della IV settimana di Pasqua (anno A)

Gesù è il Pastore, non fa l’attore – Lunedì della IV settimana di Pasqua (anno A)

26 Aprile 2026 0 Di Pasquale Giordano

Lunedì della IV settimana di Pasqua (anno A)
At 11,1-18 Sal 41 e 42

O Dio, luce perfetta dei santi,
che ci hai donato di celebrare sulla terra i misteri pasquali,
fa’ che possiamo godere nella vita eterna
la pienezza della tua grazia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Dagli Atti degli Apostoli (At 11, 1-18)
Dio ha concesso anche ai pagani che si convertano perché abbiano la vita.

In quei giorni, gli apostoli e i fratelli che stavano in Giudea vennero a sapere che anche i pagani avevano accolto la parola di Dio. E, quando Pietro salì a Gerusalemme, i fedeli circoncisi lo rimproveravano dicendo: «Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme con loro!».
Allora Pietro cominciò a raccontare loro, con ordine, dicendo: «Mi trovavo in preghiera nella città di Giaffa e in estasi ebbi una visione: un oggetto che scendeva dal cielo, simile a una grande tovaglia, calata per i quattro capi, e che giunse fino a me. Fissandola con attenzione, osservai e vidi in essa quadrupedi della terra, fiere, rettili e uccelli del cielo. Sentii anche una voce che mi diceva: “Coraggio, Pietro, uccidi e mangia!”. Io dissi: “Non sia mai, Signore, perché nulla di profano o di impuro è mai entrato nella mia bocca”. Nuovamente la voce dal cielo riprese: “Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo profano”. Questo accadde per tre volte e poi tutto fu tirato su di nuovo nel cielo. Ed ecco, in quell’istante, tre uomini si presentarono alla casa dove eravamo, mandati da Cesarèa a cercarmi. Lo Spirito mi disse di andare con loro senza esitare. Vennero con me anche questi sei fratelli ed entrammo in casa di quell’uomo. Egli ci raccontò come avesse visto l’angelo presentarsi in casa sua e dirgli: “Manda qualcuno a Giaffa e fa’ venire Simone, detto Pietro; egli ti dirà cose per le quali sarai salvato tu con tutta la tua famiglia”. Avevo appena cominciato a parlare quando lo Spirito Santo discese su di loro, come in principio era disceso su di noi. Mi ricordai allora di quella parola del Signore che diceva: “Giovanni battezzò con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo”. Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che ha dato a noi, per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?».
All’udire questo si calmarono e cominciarono a glorificare Dio dicendo: «Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita!».

La missione del cristiano è assecondare, non impedire, l’iniziativa dello Spirito Santo
Nei primi capitoli della narrazione degli Atti degli Apostoli Pietro è il protagonista dell’annuncio del vangelo in condizioni spesso difficili perché gli è chiesto di dare conto alle autorità giudaiche che vorrebbero metterlo a tacere. È evidente in Pietro l’opera dello Spirito Santo che fa di quest’uomo, che aveva rinnegato Gesù, un paladino energico e coraggioso del vangelo. Al capitolo 10 avviene una svolta nella narrazione perché, dopo la conversione e il battesimo dell’eunuco etiope ad opera di Filippo il diacono, avviene l’adesione alla fede cristiana e una nuova Pentecoste nella casa di Cornelio, il centurione romano. Al centro c’è l‘azione dello Spirito Santo che ispira Pietro, lo mette in contatto Cornelio e finalmente, scendendo su di loro, inserisce il centurione e tutta la sua famiglia nella Chiesa. La casa di Cornelio diventa un nuovo cenacolo nel quale soffia il vento dello Spirito santo. In seguito a questi eventi, Pietro si trova costretto non più a fronteggiare le autorità giudaiche di Gerusalemme, ma quella parte della comunità di origine ebraica ancora ancorata alla lettera della legge che proibiva ad un ebreo di entrare in casa di un pagano onde evitare di contaminarsi. Pietro, accusato da una parte della comunità cristiana, coglie l’occasione per narrare la sua esperienza nella quale ha constatato come è Dio che apre le porte della fede, fa breccia nei cuori anche dei pagani. Nessuno viene escluso dall’onda rigenerante dello Spirito che tutti avvolge con la sua potenza, superando i confini dei precetti della legge d’Israele. Prima di criticare, accusare, giudicare dobbiamo ascoltare con la disponibilità ad accogliere un punto di vista diverso dal nostro e la realtà ci apparirà più ricca dell’interpretazione che la nostra mente ha potuto dare e delle conclusioni a cui siamo giunti con troppa fretta. Il Signore ci dia la pazienza di ascoltare e l’umiltà di allargare i nostri orizzonti mentali.

Salmo responsoriale Sal 41 e 42
L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente.

Come la cerva anela ai corsi d’acqua,
così l’anima mia anela a te, o Dio.
L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente:
quando verrò e vedrò il volto di Dio?

Manda la tua luce e la tua verità:
siano esse a guidarmi,
mi conducano alla tua santa montagna,
alla tua dimora.

Verrò all’altare di Dio,
a Dio, mia gioiosa esultanza.
A te canterò sulla cetra,
Dio, Dio mio.

La sete che apre i confini della speranza
I Salmi 41-42 costituiscono un’unica composizione e appartengono al genere dei salmi di supplica individuale, attraversati però da una forte tonalità di desiderio e fiducia. L’immagine iniziale della cerva assetata esprime con straordinaria intensità la condizione dell’orante; è una creatura in ricerca, segnata da una mancanza che diventa apertura verso Dio. Non si tratta solo di bisogno, ma di una sete esistenziale, che coinvolge tutta la persona e la orienta verso l’incontro con il Dio vivente.
Nel contesto liturgico, questo salmo dà voce alla dinamica interiore suscitata dalla Parola: l’uomo, toccato dall’iniziativa di Dio, scopre dentro di sé un desiderio più profondo di ogni altra attesa. La richiesta «Manda la tua luce e la tua verità» diventa così preghiera della comunità che si lascia guidare verso la comunione con Dio, fino all’altare, luogo dell’incontro e della gioia ritrovata.
L’esperienza di Cornelio e dei pagani che accolgono lo Spirito rivela che questa sete di Dio non conosce confini, perché abita ogni cuore, anche oltre i limiti religiosi e culturali. È Dio stesso che risponde a questa sete, donando il suo Spirito e guidando verso la vita. Pietro, lasciandosi condurre dalla luce e dalla verità di Dio, riconosce che non può porre ostacoli a questa azione. Così il salmo diventa la voce di ogni uomo e di ogni popolo in cammino, la cui sete, Dio accoglie e trasforma in cammino di salvezza.

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 10,11-18)
Il buon pastore dà la vita per le pecore.

In quel tempo, Gesù disse:
«Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Gesù è il Pastore, non fa l’attore
Gesù si presenta come il Buon Pastore perché noi possiamo fidarci di lui, ascoltarlo e seguirlo con docilità. Non ci viene chiesto di entrare a far parte di una categoria di persone ma di accettare di essere amati e di diventare membri della famiglia di Dio. Quella di Gesù non è una prestazione perché lui non fa il pastore, ma è il pastore, quello bello. Dio prende sul serio la relazione con noi, non è superficiale come potrebbe esserlo un mercenario che non si identifica col pastore ma ne assume solo le funzioni. Così facendo il mercenario funge da pastore fin quando gli conviene e solamente in condizioni di tranquillità. Dio ama l’uomo fino all’estreme conseguenze. Soprattutto quando la sua vita è in pericolo a causa del peccato ed è in crisi si prende cura di lui perché ai suoi occhi la vita dell’uomo vale la sua.
Gesù ci conosce per nome, egli «sa di noi» perché «sa con noi», cioè conosce ciò che significa per noi la gioia e il dolore, la delusione e la soddisfazione, la consolazione e la desolazione. La sua conoscenza è compassione in quanto solidarietà, compartecipazione al nostro vissuto emotivo ed affettivo, ma è anche, e direi soprattutto, amore. La conoscenza dell’amore non è il movimento dell’appropriazione o della comprensione, ma quello speculare della donazione fino all’oblazione totale della propria vita.
In tal senso non siamo semplici strumenti a servizio della sua gloria, ma il fine dell’esercizio della sua potestà. Dio si prende cura di noi perché gli apparteniamo come figli e, attraverso Gesù, egli si rivela a noi come nostro Padre perché possiamo riconoscere la nostra dignità e vivere coerentemente questa vocazione. La conoscenza intima e profonda che lega il Padre al Figlio è condivisa con gli uomini. Chi si lascia coinvolgere in questo abbraccio di amore vive più intensamente i legami di fraternità. Il corpo di Gesù donato sulla croce è il pane che nutre il popolo di Dio perché formino con il suo Signore un solo corpo e un solo Spirito e al suo interno i fratelli abbiano tra loro un cuor solo e un’anima sola.
Ci lasciamo interrogare da questa parola sul modo con cui viviamo i legami di appartenenza, quelli familiari ed ecclesiali, in particolare. Nelle relazioni viviamo un amore interessato, sotto condizione, a tempo? Nel rapporto con gli altri la comprensione del prossimo si muove verso la direzione della solidarietà con il fratello/sorella o si ferma all’analisi e al giudizio? La disponibilità verso gli altri è una funzione che esercitiamo, un dovere morale, o un vero dono della propria povertà?

Preghiamo
Signore Gesù, Buon Pastore che non fingi di amare ma ami davvero, donami un cuore capace di fidarsi della tua voce, anche quando il cammino si fa incerto e il timore mi assale. Tu che conosci la mia vita dall’interno, che “sai di me” perché “sai con me”, insegnami a riconoscere nella tua presenza la compagnia fedele che non abbandona mai. Liberami da ogni amore interessato e fragile,
da ogni relazione vissuta come funzione e non come dono, perché impari da te la misura vera dell’amore: quella che si consegna, che si espone, che si dona fino alla fine. Fa’ che, accolto nel tuo abbraccio, io viva da figlio e riconosca in ogni persona un mio fratello, per costruire nella tua Chiesa legami veri, dove il cuore diventi uno e l’anima una sola in te. E mentre mi conduci, Pastore buono, rendimi capace di seguirti con docilità, perché la mia vita, custodita nel tuo amore, diventi a sua volta segno della tua cura per ogni uomo. Amen.