La forza della vita risiede nella fede – Sabato della XVIII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari) – San Domenico
Sabato della XVIII settimana del Tempo Ordinario (Anno pari) – San Domenico
Ab 1,12-2,4 Sal 9

Guida e proteggi, o Signore, la tua Chiesa
per i meriti e gli insegnamenti di san Domenico:
egli, che fu insigne predicatore della tua verità,
sia nostro intercessore davanti a te.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Dal libro del profeta Abacuc Ab 1,12-2,4
Il giusto vivrà per la sua fede.
Non sei tu fin da principio, Signore,
il mio Dio, il mio Santo?
Noi non moriremo!
Signore, tu lo hai scelto per far giustizia,
l’hai reso forte, o Roccia, per punire.
Tu dagli occhi così puri
che non puoi vedere il male
e non puoi guardare l’oppressione,
perché, vedendo i perfidi, taci,
mentre il malvagio ingoia chi è più giusto di lui?
Tu tratti gli uomini come pesci del mare,
come animali che strisciano e non hanno padrone.
Egli li prende tutti all’amo,
li pesca a strascico,
li raccoglie nella rete,
e contento ne gode.
Perciò offre sacrifici alle sue sciàbiche
e brucia incenso alle sue reti,
perché, grazie a loro, la sua parte è abbondante
e il suo cibo succulento.
Continuerà dunque a sguainare la spada
e a massacrare le nazioni senza pietà?
Mi metterò di sentinella,
in piedi sulla fortezza,
a spiare, per vedere che cosa mi dirà,
che cosa risponderà ai miei lamenti.
Il Signore rispose e mi disse:
«Scrivi la visione
e incidila bene sulle tavolette,
perché la si legga speditamente.
È una visione che attesta un termine,
parla di una scadenza e non mentisce;
se indugia, attendila,
perché certo verrà e non tarderà.
Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto,
mentre il giusto vivrà per la sua fede».
La fede che veglia nell’attesa
Abacuc osa rivolgere a Dio la domanda che nasce dallo scandalo del male: come può il Signore, santo e giusto, rimanere in silenzio mentre il violento divora chi è più giusto di lui? Il profeta non nasconde il proprio turbamento, ma trasforma la protesta in preghiera. Si pone come sentinella sulla fortezza, deciso ad attendere una risposta. La fede, infatti, non elimina gli interrogativi, ma impedisce che essi interrompano la relazione con Dio. La risposta divina non offre una spiegazione immediata di ogni sofferenza, ma assicura che la violenza ha un termine e che la promessa non mentisce. Il superbo, confidando nella propria forza, è destinato a soccombere; il giusto, invece, vivrà per la sua fede, cioè per la sua adesione perseverante e fiduciosa al Signore. Credere significa attendere operosamente, rimanere saldi anche quando il compimento tarda e custodire la certezza che Dio non abbandona la storia nelle mani degli oppressori.
Salmo responsoriale Sal 9
Tu non abbandoni chi ti cerca, Signore.
Il Signore siede in eterno,
stabilisce il suo trono per il giudizio:
governerà il mondo con giustizia,
giudicherà i popoli con rettitudine.
Il Signore sarà un rifugio per l’oppresso,
un rifugio nei momenti di angoscia.
Confidino in te quanti conoscono il tuo nome,
perché tu non abbandoni chi ti cerca, Signore.
Cantate inni al Signore, che abita in Sion,
narrate le sue imprese tra i popoli,
perché egli chiede conto del sangue versato,
se ne ricorda, non dimentica il grido dei poveri.
Dio non dimentica il grido dei poveri
Il Salmo 9 appartiene alle grandi preghiere di lode e di supplica nelle quali il salmista celebra Dio come giudice giusto e difensore degli oppressi. Il suo trono è stabile perché il suo giudizio non è arbitrario: egli governa con rettitudine, si fa rifugio nell’angoscia e chiede conto del sangue innocente versato. La memoria di Dio si contrappone all’apparente oblio sperimentato dai poveri: il Signore ascolta il loro grido e non lascia senza risposta la loro sofferenza.
Il ritornello, «Tu non abbandoni chi ti cerca, Signore», interpreta la posizione di Abacuc, che continua a cercare Dio proprio mentre non comprende il suo silenzio. Il profeta resta sulla torre come il salmista rimane nella preghiera; entrambi confidano che il Signore interverrà a suo tempo. Il salmo conferma così che la fede del giusto non è ingenua passività, ma perseveranza fondata sulla certezza che Dio ricorda le vittime, giudica la violenza e diventa rifugio per chi continua a invocarlo.
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 17,14-20)
Se avrete fede, nulla vi sarà impossibile.
In quel tempo, si avvicinò a Gesù un uomo che gli si gettò in ginocchio e disse: «Signore, abbi pietà di mio figlio! È epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e sovente nell’acqua. L’ho portato dai tuoi discepoli, ma non sono riusciti a guarirlo».
E Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo qui da me». Gesù lo minacciò e il demonio uscì da lui, e da quel momento il ragazzo fu guarito.
Allora i discepoli si avvicinarono a Gesù, in disparte, e gli chiesero: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». Ed egli rispose loro: «Per la vostra poca fede. In verità io vi dico: se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: “Spòstati da qui a là”, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile».
La forza della vita risiede nella fede
La reazione di Gesù alla supplica di un uomo che lo pregava di guarire suo figlio dall’epilessia lascia interdetti a prima vista. Eppure, ci costringe ad interrogarci. Il Signore stesso, dopo aver stigmatizzato la incredulità dei suoi interlocutori pone delle domande che rivelano la superficialità con la quale si tratta il problema della sofferenza. Nelle parole del papà dell’epilettico si evince che il problema del figlio sia la sua malattia alla quale i discepoli, che pure avevano avuto il potere di guarire, non erano riusciti a trovare il rimedio. Per quell’uomo solo Gesù può guarirlo. La dura reazione di Gesù ci mette in guardia dalla degenerazione della fede che assume due forme: il fideismo o l’efficientismo. La soluzione dei problemi la deleghiamo ad altri soprattutto quando i fallimenti ci inducono a deresponsabilizzarci. Il demonio non appare evidente nella sua azione. L’incredulità e la perversione s’infiltrano silenziosamente dentro di noi attraverso il pensare, ovvero il modo con il quale approcciamo la realtà. Il papà dell’epilettico pensa che la soluzione del problema consiste nella guarigione dalla malattia ed evidentemente così la pensano anche i discepoli. In realtà la cura non consiste nel compiere o dire qualcosa ma nel farsi compagni portando il peso dell’altro. Il demone dell’efficientismo mette in primo piano il male da cui guarire invece del malato da curare che, in tal modo appare sempre di più come un peso insopportabile. Il fideismo è la perversione della fede in quanto deforma la relazione con Dio e con gli altri. Fidarci e affidarci a Dio non significa gettarsi a peso morto e abbandonarci al destino come se andassimo alla deriva. La fede non ci fa arrendere ma perseverare. Ciò che difetta ai discepoli è la presunzione di fare da sé, ovvero il credere troppo in sé stessi e poco nella potenza di Dio. La fede consiste nel farsi continuamente accompagnare e aiutare dalla parola di Gesù perché possiamo farci compagni di cammino dei nostri fratelli e, prendendoci cura di loro, condurli a Lui.
Solo una preghiera fatta con fede veramente ci guarisce perché nasce da un cuore che accoglie la parola di Gesù come il piccolo granello di senape. Quel chicco rappresenta la fede che va coltivata perché produca frutti di carità nei gesti di attenzione, di tenerezza e di cura. La forza della vita risiede nella fede.
Preghiamo
Signore Gesù, liberami dal demone dell’efficientismo, che alimenta la presunzione di salvarsi da soli, e da quello del fideismo che mi deresponsabilizza delegando ad altri quello che invece è mio dovere ed è in mio potere. Aiutami a far crescere la fede come il granello di senape perché non rimanga piccolo e continuamente dipendente dagli altri ma divenga responsabile e capace di carità intraprendente tale da rendere possibile ciò che è impossibile con le sole forze umane.
