Le giuste distanze – Giovedì della II settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

Le giuste distanze – Giovedì della II settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)

21 Gennaio 2026 0 Di Pasquale Giordano

Giovedì della II settimana del Tempo Ordinario (Anno pari)
1Sam 18,6-9; 19,1-7 Sal 55

Dio onnipotente ed eterno,
che governi il cielo e la terra,
ascolta con bontà le preghiere del tuo popolo
e dona ai nostri giorni la tua pace.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Dal primo libro di Samuèle (1Sam 18,6-9; 19,1-7)
Saul, mio padre, cerca di ucciderti.

In quei giorni, mentre Davide tornava dall’uccisione del Filisteo, uscirono le donne da tutte le città d’Israele a cantare e a danzare incontro al re Saul, accompagnandosi con i tamburelli, con grida di gioia e con sistri. Le donne cantavano danzando e dicevano:
«Ha ucciso Saul i suoi mille
e Davide i suoi diecimila».
Saul ne fu molto irritato e gli parvero cattive quelle parole. Diceva: «Hanno dato a Davide diecimila, a me ne hanno dati mille. Non gli manca altro che il regno». Così da quel giorno in poi Saul guardava sospettoso Davide.
Saul comunicò a Giònata, suo figlio, e ai suoi ministri di voler uccidere Davide. Ma Giònata, figlio di Saul, nutriva grande affetto per Davide. Giònata informò Davide dicendo: «Saul, mio padre, cerca di ucciderti. Sta’ in guardia domani, sta’ al riparo e nasconditi. Io uscirò e starò al fianco di mio padre nella campagna dove sarai tu e parlerò in tuo favore a mio padre. Ciò che vedrò te lo farò sapere».
Giònata parlò dunque a Saul, suo padre, in favore di Davide e gli disse: «Non pecchi il re contro il suo servo, contro Davide, che non ha peccato contro di te, che anzi ha fatto cose belle per te. Egli ha esposto la vita, quando abbatté il Filisteo, e il Signore ha concesso una grande salvezza a tutto Israele. Hai visto e hai gioito. Dunque, perché pecchi contro un innocente, uccidendo Davide senza motivo?». Saul ascoltò la voce di Giònata e giurò: «Per la vita del Signore, non morirà!».
Giònata chiamò Davide e gli riferì questo colloquio. Poi Giònata introdusse presso Saul Davide, che rimase alla sua presenza come prima.

Gionata, mediatore e intercessore
Saul, ormai sordo alla voce di Dio, non ricorda che il profeta Samuele gli ha rivelato il giudizio divino che ha decretato la sua decadenza dall’esercizio della regalità. Il re è attaccato al suo trono ed è ancora avido di potere, per questo, assalito dalla paura di perderlo, avverte Davide come una minaccia. Se l’orgoglio rende sordi, l’invidia acceca. Saul vede Davide come un nemico perché il suo cuore è diventato refrattario alla parola di Dio.
Tuttavia, Dio si serve di Gionata, il quale fa prevalere l’affetto alla logica del potere. Il giovane avrebbe potuto nutrire sentimenti d’invidia nei confronti di Davide perché lui sarebbe dovuto diventare il successore di Saul sul trono, in quanto suo erede. Invece, Gionata antepone alla logica mondana l’amore. Media e di intercede a favore di Davide cercando di aprire gli occhi a suo padre sul bene che il servo ha fatto per opera di Dio. Gionata benedice Davide perché riconosce che in lui Dio sta operando. Saul, invece, lo maledice e cerca di ucciderlo. La forza persuasiva di Gionata risiede sulla sua fede in Dio che si traduce in amore a Davide nella cui persona il figlio di Saul riconosce il fratello e amico.

Salmo responsoriale Sal 55
In Dio confido, non avrò timore.

Pietà di me, o Dio, perché un uomo mi perseguita,
un aggressore tutto il giorno mi opprime.
Tutto il giorno mi perseguitano i miei nemici,
numerosi sono quelli che dall’alto mi combattono.

I passi del mio vagare tu li hai contati,
nel tuo otre raccogli le mie lacrime:
non sono forse scritte nel tuo libro?
Allora si ritireranno i miei nemici,
nel giorno in cui ti avrò invocato.

Questo io so: che Dio è per me.
In Dio, di cui lodo la parola,
nel Signore, di cui lodo la parola.

In Dio confido, non avrò timore:
che cosa potrà farmi un uomo?
Manterrò, o Dio, i voti che ti ho fatto:
ti renderò azioni di grazie.

Dio è per me
Il Salmo 55 è una supplica individuale che nasce da una situazione di persecuzione concreta e quotidiana. Il salmista non nasconde la paura né minimizza l’aggressione subita: “tutto il giorno mi perseguitano”, “numerosi sono quelli che mi combattono”. Il linguaggio è realistico, segnato dall’esperienza dell’oppressione, ma già attraversato da un filo di fiducia. Al centro del salmo non c’è la forza del nemico, bensì la relazione con Dio che conosce, vede e custodisce la sofferenza del giusto. L’immagine delle lacrime raccolte nell’otre e annotate nel libro divino esprime una profonda teologia della memoria: nulla del dolore dell’innocente va perduto agli occhi di Dio.
Il ritornello “In Dio confido, non avrò timore” non è una formula rassicurante, ma una scelta di fede rinnovata dentro il pericolo. La fiducia nasce dall’ascolto della “parola” di Dio, più volte lodata nel salmo: è la parola del Signore, e non le parole minacciose degli uomini, a determinare il futuro del credente. Per questo la preghiera si apre alla gratitudine e al compimento dei voti, segno che la fiducia anticipa già la salvezza.
In dialogo con la prima lettura (1Sam 18–19), il salmo sembra dare voce all’esperienza interiore di Davide perseguitato da Saul. Davide è innocente, eppure braccato; minacciato dal potere, ma custodito da Dio. Come nel salmo, anche nella narrazione Dio si serve di un mediatore, Gionata, per proteggere il giusto e fermare, almeno per un tempo, la violenza del re. La fiducia di Davide non si traduce in vendetta o ribellione, ma in affidamento: Dio è “per lui”, anche quando gli uomini gli sono contro.
La liturgia invita così il credente a riconoscere che la fede non elimina il conflitto, ma trasforma il modo di attraversarlo. Quando la paura nasce dalla persecuzione o dall’ingiustizia subita, il salmo insegna a consegnare a Dio le lacrime e a scegliere, nonostante tutto, la fiducia.

Dal Vangelo secondo Marco Mc 3,7-12
Gli spiriti impuri gridavano: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli imponeva loro severamente di non svelare chi egli fosse.

In quel tempo, Gesù, con i suoi discepoli si ritirò presso il mare e lo seguì molta folla dalla Galilea. Dalla Giudea e da Gerusalemme, dall’Idumea e da oltre il Giordano e dalle parti di Tiro e Sidòne, una grande folla, sentendo quanto faceva, andò da lui.
Allora egli disse ai suoi discepoli di tenergli pronta una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero. Infatti aveva guarito molti, cosicché quanti avevano qualche male si gettavano su di lui per toccarlo.
Gli spiriti impuri, quando lo vedevano, cadevano ai suoi piedi e gridavano: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli imponeva loro severamente di non svelare chi egli fosse.

Le giuste distanze
Man mano che la fama di Gesù cresce e valica i confini d’Israele aumenta il numero delle persone che si avvicinano a lui e anche il peso della responsabilità. Marco dice chiaramente che la fatica nella gestione della folla è tale che Gesù da solo non ce la fa e rischia di essere letteralmente schiacciato. Per quanto abbia un potere straordinario nel guarire tutti egli deve fare i conti con la sua umanità che, come quella di ogni persona, è segnata da limiti. Questo tratto della personalità di Gesù lo rende molto più vicino a noi che sperimentiamo quotidianamente quanto è fragile e precario il nostro equilibrio psicofisico. Immergersi nelle vicende umane porta con sé il rischio di essere travolto dalle istanze della gente. Si richiede allora la prudenza di prendere le giuste distanze, non per fuggire dalle responsabilità, ma per esercitarla in maniera più efficace. La richiesta di Gesù di riservagli una barca per poter continuare il suo servizio senza essere schiacciato dalla folla, ci ricorda che qualsiasi sia il nostro impegno lo dobbiamo commisurare sulle nostre forze senza eroismi che invece possono nascondere la presunzione di non condividere con altri i meriti di un’impresa. La barca è il simbolo della comunità ecclesiale, delle relazioni fraterne nella Chiesa. Il successo, la notorietà e il fatto di essere cercati, pur nascendo dal bene che si compie, possono indurci alla sindrome dell’eroe solitario che tende a distinguersi dalla massa arrivando a vantarsi o a godere nel sentirsi diverso dagli altri. Il maestro, chiedendo aiuto e uno spazio nella barca, insegna che quanto più il discepolo sente il peso della responsabilità tanto più deve coltivare relazioni fraterne nelle quali condividere responsabilità, successo e difficoltà con gli altri. La barca rappresenta anche la mia vita nella quale fare spazio a Gesù che chiede ospitalità. Tra i mille impegni da assolvere e le tante richieste da accogliere è necessario trovare uno spazio e un tempo nel quale entrare in maggiore intimità col Signore. La preghiera salva dallo stress e dall’ansia della prestazione che a volte ci assale e ci travolge come una valanga. La dura e decisa reazione di Gesù davanti alle esclamazioni dei demoni deve indurci a non cedere alla tentazione delle adulazioni. Sentirsi «adorati» da qualcuno ci fa piacere ma bisogna ricordare, innanzitutto a sé stessi, che l’adorazione è una prerogativa di Dio e che noi, come Gesù, non agiamo per essere riconosciuti grandi ma per far crescere coloro che il Signore affida alle nostre cure.

Preghiamo
Signore Gesù, tu che hai chiesto ospitalità in una barca per sfuggire al pericolo di soccombere sotto il peso della folla, fammi avvertire ancora più intensamente il desiderio di rifugiarmi in te quando sento che le mie forze sono impari rispetto alle pressanti istanze della gente. Insegnami a riconoscere e respingere i pensieri impuri che, sotto mentite spoglie di zelo apostolico, nascondono segrete ambizioni che alimentano l’orgoglio e la presunzione. Donami l’umiltà di stare con i fratelli perché il mio ego non stoni ma il mio servizio si accordi con quello degli altri sicché il ministero non sia la fatica di eroe solitario ma risuoni come una sinfonia della comunione nella corresponsabilità.