Il Vangelo dell’ “inutile” gioia – Giovedì della XXXI settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

Il Vangelo dell’ “inutile” gioia – Giovedì della XXXI settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)

5 Novembre 2025 0 Di Pasquale Giordano

Giovedì della XXXI settimana del Tempo Ordinario (Anno dispari)
Rm 14,7-12 Sal 26

Dio onnipotente e misericordioso,
tu solo puoi dare ai tuoi fedeli
il dono di servirti in modo lodevole e degno;
fa’ che corriamo senza ostacoli verso i beni da te promessi.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani Rm 14,7-12
Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.

Fratelli, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore. Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi.
Ma tu, perché giudichi il tuo fratello? E tu, perché disprezzi il tuo fratello? Tutti infatti ci presenteremo al tribunale di Dio, perché sta scritto:
«Io vivo, dice il Signore:
ogni ginocchio si piegherà davanti a me
e ogni lingua renderà gloria a Dio».
Quindi ciascuno di noi renderà conto di se stesso a Dio.

La rivalità tra fratelli mortifica la fede e la comunione
La pericope di Rm 14,7-12 si colloca nel cuore dell’esortazione paolina dedicata alla vita comunitaria come spazio di accoglienza reciproca. Paolo affronta una tensione concreta nella Chiesa di Roma: da un lato i credenti di origine giudaica, ancora legati a prescrizioni alimentari e giorni sacri; dall’altro i cristiani di provenienza pagana, convinti che la libertà evangelica superasse ogni vincolo rituale. Dietro questa differenza di sensibilità, si profilava un rischio più profondo: quello di giudicare l’altro secondo criteri di purezza o di maturità spirituale, trasformando la diversità in motivo di rivalità.
Paolo risponde con un’affermazione teologica di grande portata: «Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso. Se viviamo, viviamo per il Signore; se moriamo, moriamo per il Signore» (vv.7-8). La fede, dunque, non è una forma privata di religiosità né un codice di comportamento da contrapporre a quello altrui, ma una relazione vitale con Cristo che abbraccia la totalità dell’esistenza. Vivere e morire “per il Signore” significa riconoscere che la nostra identità non si fonda sull’osservanza o sulla trasgressione di norme, ma sulla comunione con Colui che è morto e risorto “perché sia Signore dei morti e dei vivi” (v.9). In questa signoria universale di Cristo, ogni differenza è relativizzata e trasfigurata: non scompare, ma viene riordinata in una comunione più profonda.
Il giudizio reciproco tra i fratelli è perciò un usurpamento del posto di Dio. «Tu, perché giudichi il tuo fratello? E tu, perché disprezzi il tuo fratello?» (v.10). Paolo smaschera la radice spirituale della rivalità: la pretesa di possedere un criterio definitivo di giustizia o di purezza. Ma davanti al tribunale di Dio – dove ciascuno “renderà conto di sé” (v.12) – ogni superiorità cade. La fede autentica non si misura sulla differenza dei comportamenti, ma sulla disponibilità a riconoscere che l’altro, anche nella sua diversità, appartiene al medesimo Signore.
Il testo chiama alla conversione dello sguardo. Non si tratta solo di non giudicare, ma di imparare a vedere nel fratello un riflesso della stessa signoria di Cristo. Quando la comunità si lascia guidare da questa consapevolezza, la diversità non è più una minaccia ma un dono: un modo in cui lo Spirito distribuisce i suoi carismi “a ciascuno per l’utilità comune” (1Cor 12,7).
Le nostre comunità spesso si dividono tra “rigoristi” e “progressisti”, tra chi teme di perdere la tradizione e chi desidera cammini più liberi. Paolo ricorda che la fede non cresce nella contrapposizione, ma nella reciproca appartenenza. Solo una Chiesa che riconosce Cristo come unico Signore può vivere la corresponsabilità come servizio e non come competizione.
La rivalità tra fratelli, dunque, mortifica la fede e la comunione. L’appartenenza al Signore risorto trasforma la libertà personale in responsabilità ecclesiale: non viviamo per affermare noi stessi, ma per edificare il corpo di Cristo. Là dove ciascuno cerca di vivere per il Signore, la comunità diventa segno credibile del suo Regno, in cui la diversità si fa armonia e ogni giudizio lascia spazio alla misericordia.

Dal Vangelo secondo Luca Lc 15,1-10
Vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte.

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro».
Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.
Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

Il Vangelo dell’ “inutile” gioia
La gioia del Vangelo è molto diversa da quella mondana e della quale di solito gli uomini si accontentano. Comunemente la gioia è legata al possesso di qualcosa mentre per Dio è unita all’amore, quello che non si arrende davanti a nulla e che ricerca ostinatamente la comunione. Gioire per un peccatore convertito è ciò che di più “inutile” ci possa essere. Su questo convengono Gesù e coloro che mormorano contro di lui anche se il significato dell’inutilità di quella gioia dipende dal punto di vista con il quale si osserva l’altro e dalla qualità dell’amore. L’amore vero è di per sé “inutile” perché non suggerisce la ricerca del proprio interesse ma orienta il desiderio della riconciliazione e della comunione verso cui tende ogni sforzo e impegno. Solo la nostalgia dell’unità motiva scelte che agli occhi dei più appaiono scandalose. Eppure, basterebbe assumere il punto di vista di chi si è smarrito, per avvertire la gioia di sentirsi amati gratuitamente e senza una finalità ulteriore che sia la propria felicità. La gioia di chi ama è tanto più grande quanto lo è quella di chi sperimenta l’amore che perdona, sana e libera. Chi rimane tra coloro che si ritengono giusti e non bisognosi di aiuto ma piuttosto meritevoli di attenzioni o riconoscimenti, difficilmente sarà capaci di una gioia sincera e soprattutto di condividerla con gli altri.

Preghiera
Signore Gesù, Tu sei il Vangelo della gioia perché in Te Dio si fa pellegrino in ricerca dell’uomo perduto per recuperarlo alla comunione. Ti ringrazio perché con il tuo amore rispondi al mio più intimo desiderio di pace e fraternità. La tua Parola mi aiuta a riconoscere la mia dignità di figlio di Dio, a scoprire la mia vocazione, ad esprimere la mia preghiera con la quale invocare la misericordia del Padre per lasciarmi trovare e farmi curare da Lui. Il tuo Spirito mi renda missionario della gioia che non richiede alcun prezzo da pagare se non quello della rinuncia alla presunzione di salvarsi da sé e all’orgoglio che allontana e scandalizza i più piccoli, i prediletti del Padre.