Se ami non dire a Dio “dammi ciò che mi spetta” ma “dimmi ciò che hai nel cuore” – XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (anno C)

Se ami non dire a Dio “dammi ciò che mi spetta” ma “dimmi ciò che hai nel cuore” – XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (anno C)

26 Ottobre 2019 Off Di Pasquale Giordano

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Sir 35,15-17.20-22   Sal 33   2Tm 4,6-8.16-18   

+ Dal Vangelo secondo Luca (Lc 18,9-14)

Il pubblicano tornò a casa giustificato, a differenza del fariseo.

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: 

«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. 

Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. 

Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. 

Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Se ami non dire a Dio “dammi ciò che mi spetta” ma “dimmi ciò che hai nel cuore”

Domenica scorsa la parabola, che vedeva come protagonisti una vedova petulante nel chiedere giustizia e il giudice disonesto che l’esaudisce per non essere ulteriormente infastidito, offriva l’occasione di verificare i tempi, i modi e i contenuti della preghiera cristiana. Come può dirsi cristiano colui che non prega? La preghiera cristiana, tuttavia, non si riduce a formule, ma è sempre un’esperienza corale e comunionale, anche se fatta nella solitudine. Anzi, proprio quando si lotta con fatica per non soccombere sotto il peso delle prove che la vita ci riserva e sentiamo il vuoto dentro e fuori di noi, la preghiera ci “connette” con Dio e con i fratelli. 

La prima lettura sembra confermare quello che Gesù ha detto del Padre suo mettendolo a confronto con il ragionamento del giudice disonesto. Dio è Padre di tutti ed è giudice giusto, non perché ragiona secondo la legge davanti alla quale le persone si distinguono in due categorie, i giusti e i peccatori, ma in quanto imparziale nell’offrire a tutti il dono della salvezza. Colui che fa sorgere il sole e che fa piovere sui cattivi e suoi buoni, offre suo Figlio per tutti, cattivi e buoni. Nell’ultima cena Gesù inaugura la nuova ed eterna alleanza sancita dal dono del suo corpo e dall’effusione del suo sangue per la remissione di tutti i peccati, i peccati di tutti e, finalmente, il perdono a tutti (i peccatori). In realtà, se davanti alla legge siamo tutti uguali perché tutti peccatori, parimenti lo siamo davanti a Dio perché tutti suoi figli. 

Tuttavia, la conclusione che trae Gesù dalla parabola, in cui c’è un fariseo impettito che cerca di presentarsi come distinto dagli altri peccatori e un pubblicano che si rivolge umilmente a Dio chiedendogli di amarlo così com’è, mette l’accento sull’effetto della loro preghiera. Infatti, solo uno dei due torna a casa giustificato, cioè santificato.

La giustificazione non è né un premio per i perfetti, né un “colpo di spugna” sui peccati. Si tratta di un miracolo, cioè di un’opera che solo Dio può compiere, ma ad una condizione: la fede dell’uomo. Il miracolo consiste nella creazione, meglio diremmo, nella ri-creazione dell’uomo che docilmente si pone nelle mani di Dio perché Lui lo plasmi a Sua immagine e somiglianza. 

L’apostolo Paolo, riprendendo l’insegnamento di Gesù contenuto in questa parabola, ripete che l’uomo non è reso giusto dalle opere della legge, ma dalla fede che permette a Dio di cambiare il suo cuore. Il fariseo della parabola è come Giobbe del quale si dice che offriva i sacrifici di espiazione anche per i suoi figli che, magari distratti da altre cose, avrebbero potuto urtare la sensibilità di Dio e peccare. Giobbe era (o presumeva di essere) talmente giusto da sostituirsi nelle pratiche penitenziali ai suoi figli, così come il fariseo digiuna anche per chi non lo fa e paga la tassa per i poveri anche per quei commercianti che non lo fanno. 

Questo tipo di giustizia non è quella di Dio ed è molto precaria, tanto che, come racconta il libro di Giobbe, quando la fortuna volta le spalle, la fede (o presunta tale) entra in una profonda crisi. 

Colui che nell’euforia prega (?) vantandosi e al tempo stesso distinguendosi dagli altri, povera massa dannata, veste un impermeabile che impedisce veramente alla grazia di Dio di penetrare nel cuore. Alla base c’è una mentalità per la quale si confonde la volontà di Dio con un cieco destino e la Sua grazia come fortuna o come proprio merito. 

La postura, il gesto e le parole del pubblicano rivelano che il suo rapporto con Dio non è come quello che creditore nei confronti del debitore, fosse anche un operaio nei confronti del suo padrone. La preghiera del fariseo assomiglia a quelle liturgie tanto pompose quanto inutili perché sovraccariche ritualità insignificanti e retoriche. Quella del pubblicano è una preghiera semplice ma che è come freccia che raggiunge la volta del cielo superando le nubi. Il fariseo si nasconde dietro i suoi meriti mentre il pubblicano si mette a nudo. Il fariseo vuole dimostrare quanto vale, il pubblicano si mostra a Dio per quello che è. 

Gli occhi bassi indicano la consapevolezza della propria fragilità; il gesto di battere il petto richiama l’opera dell’agricoltore che solca il terreno con l’aratro prima di seminare e del carpentiere che rompe la pietra prima di poggiare sulla roccia le fondamenta della nuova costruzione. Battersi il petto significa sentire il dolore del peccato, la sofferenza della distanza e della separazione da Dio e dai fratelli. Il pentimento non è un giudizio di colpevolezza ma è umile richiesta di aiuto a Dio, il Salvatore. 

Il pubblicano, a differenza del fariseo, nella preghiera si fa povero, cioè crea spazio nel suo cuore sgomberandolo sia dalla presunzione, che colpevolizza gli altri, sia dai sensi di colpa che lo inchioderebbero ai suoi peccati. 

Il giusto non è colui che, come il fariseo, presentandosi con le “carte in regola” davanti a Dio, pensa di essere migliore e di raggiungere da solo il traguardo della vita eterna, magari anche compiacendosi che gli altri siano esclusi. L’uomo giusto non solamente prega, ma fa della sua vita una preghiera nella quale fare spazio per accogliere il dono di Dio dentro di sé e ospitare il fratello così com’è. 

Le parole di Paolo a Timoteo sono la testimonianza di un uomo che ha fatto della preghiera il tempio nel quale lasciarsi trasformare dalla misericordia di Dio. Colui che per difendere la dottrina non esitava a perseguitare gli altri fratelli e sorelle, per grazia di Dio è diventato mite combattente della buona battaglia. Dopo l’incontro con Gesù, Paolo, e con lui tutti gli apostoli e ogni uomo, non ha smesso di peccare, ma nell’assiduo e umile ascolto della Parola di Dio e nella Eucaristia celebrata in comunione con i fratelli di fede, si è lasciato conformare a Gesù, fino al punto di diventarne sua immagine vera e fedele. 

La preghiera di lode del fariseo è falsa perché il motivo della benedizione non è l’opera di Dio ma la propria esaltazione. La supplica del pubblicano è vera perché non si lamenta giudicando gli altri, ma invoca l’aiuto di Dio. La preghiera è dialogo tra innamorati in cui non ci si vanta di quello che l’uno fa all’altro, ma, accogliendo l’altro per quello che è, gli si dice quello che si vuole essere per lui. La preghiera più bella non può essere che questa: Amami come sono, perché possa amare come te.

Auguro a tutti una serena domenica e vi benedico di cuore!